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In fin di vita dopo incidente, costretto ad odissea tra ospedali

La denuncia della famiglia di Gabriele Cibin, 22enne di Eraclea. Dall'ospedale di Mestre è stato ricoverato a quello veronese di Negrar, per poi essere trasferito "a sorpresa" dai medici a Jesolo: "Struttura inadatta alle sue gravi condizioni

È stato vittima di un gravissimo incidente lo scorso mese di novembre, da cui è uscito miracolosamente vivo, ma il suo calvario non è ancora finito. Ora viene addirittura messa in discussione la possibilità di curarlo al meglio, con un trasferimento ospedaliero che è destinato a far discutere. Il protagonista della vicenda è un ragazzo 22enne di Eraclea, Gabriele Cibin, e la sua storia ci è stata raccontata dal suo legale di fiducia, l’avvocato palmarino Mauro Corbo, che si sta occupando della tutela legale del giovane.

L’INCIDENTE. Ai primi di novembre del 2014, verso le 5 del mattino, Gabriele, rimase coinvolto in un incidente a bordo di un furgone su cui viaggiava assieme a un amico che si trovava alla guida. Il mezzo sbandò improvvisamente nella zona del Basso Piave veneziano e lo schianto fu violento, contro un platano a bordo carreggiata. Il giovane rimase imprigionato nell’abitacolo, riportando numerose lesioni e fratture in varie parti del corpo (mentre l’amico alla guida non subì conseguenze gravi). Per liberarlo fu necessario l’intervento dei Vigili del fuoco, che lavorarono diversi minuti prima di poterlo estrarre e consegnare nelle mani dei sanitari del 118.

LE CURE A MESTRE. Il ragazzo fu trasportato d’urgenza all’Angelo, a Mestre. Nei primi tre giorni gli furono fatte trasfusioni per 60 litri di sangue. Gli venne immediatamente amputata una gamba e stette in coma per due mesi circa, risvegliandosi il 2 gennaio del 2015. Il quadro clinico, nonostante la ripresa di coscienza, si palesò subito come molto serio: addome completamente aperto, con funzioni di intestino e vescica totalmente compromesse e perdita della vista. "Di fatto - specifica l’avvocato Corbo, non mangia e non può espletare in autonomia nessuna funzione fisiologica". A quel punto la madre, valutando che il posto più adatto per il tipo di cure riabilitative di cui aveva bisogno fosse l’ospedale “Sacro Cuore Don Calabria” di Negrar - in provincia di Verona - chiese di poterlo trasferire lì.

IL PASSAGGIO A NEGRAR. Dopo la richiesta della donna - secondo quanto confermato da lei - i medici del nosocomio veronese si presero un mese circa di tempo per analizzare la situazione, e capire se sarebbero potuti essere d’aiuto. Una volta fatte le opportune valutazioni presero in cura il degente. Così, lo scorso 5 maggio, venne messo in opera il passaggio al nuovo ospedale. I medici di Negrar, a trasferimento avvenuto e dopo aver provveduto ad un’amputazione più alta della gamba del ragazzo, osservarono però che prima di intervenire nuovamente sarebbe stato necessario che la cute si riformasse, e da lì iniziarono ulteriori problemi, questa volta non di salute, ma di carattere “organizzativo”. 

UN NUOVO TRASFERIMENTO. A quel punto, nell’attesa che la cute si rigenerasse, la direzione sanitaria di Negrar dichiarò l’impossibilità di poterlo trattenere, insistendo per un nuovo trasferimento a Mestre, incontrando in questo caso l’opposizione della madre. La stessa donna, il 31 luglio, scoprì  - parlando con un’infermiera -, che i medici avevano deciso di trasferire il figlio il 12 agosto. Dopo un colloquio telefonico con il direttore del dipartimento di riabilitazione - secondo quanto riporta la donna - l’ulteriore scoperta deludente: non più Mestre come ospedale di destinazione, ma Jesolo, di dimensioni e capacità ricettive inadatte, secondo quantoo appreso dalla donna, a un caso di questo tipo. Come racconta l’avvocato Corbo "si tratta di una struttura non idonea a trattare un caso così clinicamente complesso. Oltre alla mancanza di strumentazione medica adeguata, non vi sono le figure specialistiche necessarie. Dovrebbero tutte giungere da fuori o, peggio ancora in caso d'urgenza, il ragazzo sarebbe costretto ad un altro immediato trasferimento. Considerando il fatto che gli hanno prospettato un paio d’anni di cure la situazione è traumatica in tutti i sensi". 

LA DIFFIDA. Di fronte alla prospettiva di uno spostamento “coatto”, senza l’avallo della madre e del padre, l’avvocato Corbo ha agito legalmente: "Ho diffidato al trasferimento l’ospedale di Negar, il direttore amministrativo, il direttore sanitario e il primario del reparto riabilitazione, nonché la competente l’Unità Locale Socio Sanitaria, ma la cosa non è servita, e il passaggio è stato completato il 12 agosto".

QUALE FUTURO? Cosa succederà prossimamente non è dato saperlo. Resta il fatto che Gabriele si trova ricoverato in una struttura giudicata come inadatta, e che per il suo ritorno alle funzioni vitali dovrà passare diverso tempo. Sperando sempre che non ci siano ulteriori disguidi che compromettano ulteriormente le sue condizioni di salute.

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