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Balasso sul declassamento dello Stabile: "Il Teatro è l'ultima cosa che interessa"

Il comico a gamba tesa anche sulle barricate del Carroccio: "L'arte è tutto fuorché stabile. La struttura non ha bisogno di 150 dipendenti, di cui nessuno è artista. E' solo politica"

È in tournée, come si addice a un uomo di palcoscenico come Natalino Balasso, ma delle questioni venete è sempre pronto a dire la sua, compreso il declassamento del Teatro Stabile del Veneto e l'iniziativa di sostegno della Lega Nord e di altri partiti a sostegno della realtà culturale di cui fa parte, tra gli altri, anche il teatro Goldoni di Venezia.

"Si vuole essere teatro nazionale e ci si barrica nel fortino regionale"

"Lo Stabile - parte in quarta Balasso -  è quello che intende essere, inutile che ci nascondiamo. Le realtà pubbliche rendono conto alla realtà politica del territorio di cui fanno parte. Qui (in Veneto, ndr) c’è la Lega sembra, e si vede. Questo atteggiamento da fortino, la chiamata a raccolta degli artisti veneti a difesa dello Stabile ha un carattere davvero provinciale. Questo è già un aspetto che fa a pugni con la vocazione nazionale, mentre uno dei problemi è proprio l’opposto, la visione molto circoscritta. Paradossalmente si vuole essere teatro nazionale e ci si barrica sventolando la bandiera regionale".

Teatro Stabile e politica

Una situazione comunque diffusa:  "Il problema dello Stabile del Veneto è quello di tutti gli stabili, visto che gli organismi statali non sono tenuti a dichiarare la qualità - continua Balasso - Parliamoci chiaro, neppure il pubblico si rende conto e sa distinguere, per come è stato abituato in tutti questi anni, uno spettacolo ben fatto da uno fatto peggio. Perché non si sperimenta, non si osa. L’unico parametro di valutazioni sono i biglietti. Quindi se io costringo centinaia di studenti ad andare a teatro, meccanismo che di certo non li avvicina, faccio numeri. Stacco biglietti. Quel che rimane, il margine oltre a quel freddo dato, è il terreno delle opinioni. Chi poi è chiamato a esprimere valutazioni sono addetti ai lavori stipendiati dagli stessi che dovrebbero giudicare".

"Ci sono artisti, ma non c’è arte. È messa da parte"

In reatà chi calca i palcoscenici questi discorsi li sente o li fa, da anni. "Il parametro non può essere la percentuale di abbonati confrontata al numero di spettacoli - sottolinea - E se cominciano a mancare gli abbonati, perché muoiono visto l’età media dei frequentatori degli stabili, diminuiscono gli spettatori e sembra che hai fatto un brutto lavoro. Non ci si può basare sui numeri. Il teatro ragazzi fa pubblico ma quello non è andare a teatro, però fa media spettatori. Ditemi uno studente che non andrebbe a teatro piuttosto che andare a scuola". 

Il caso Napoli

Il teatro è un luogo di fatica oltre che di espressione artistica. "Gli spettacoli chi li fa sono gli attori e i tecnici, i musicisti e i tecnici, ballerini e tecnici, registi e tecnici. Pensate davvero che negli stabili siano queste le figure centrali dell’attività? - continua l'attore - I teatri stabili amministrano denari, non producono ricchezza culturale. Il paradosso è che il costo da abbattere è quello degli artisti, perché i soldi che finanziano le attività sono sempre gli stessi, se non meno, da molti anni in qua. È storia dell’anno scorso, la compagna del Mercadante, dello Stabile di Napoli, che sceglie di tagliare gli stipendi a chi è in tournée. E’ il direttore del Teatro Nazionale di Napoli ha scelto di salvare la baracca tagliando gli artisti. Sbaglio o era lui direttore dello Stabile del Veneto quando gli sprechi hanno cominciato a superare il limite?"  

"150 dipendenti, nessuno è un artista"

Ma in che senso gli stabili sono sovradimensionati, come struttura, rispetto alle attività che fanno? "I teatri stabili hanno 150 dipendenti ma nessuno è un artista. Ma cosa pensiamo cosa sia il teatro? Uno Stabile impiega per uno spettacolo il 10, massimo il 15% delle proprie risorse, il resto serve a fare funzionare la macchina. Quindi adesso più che mai questi teatri statali hanno sempre più bisogno di denaro, per mantenere alti gli standard per i dirigenti, parlo di compensi, a scapito di chi il teatro lo fa. I contributi sono rimasti quelli e quindi quei soldi, la maggior parte, vengono spesi per le retribuzioni fisse".

L'apparato

Quindi la colpa è dare certezze in un mondo che per natura non può averne. "Dell’apparato che sta lì a stipendio fisso, di questi sono pochissimi i tecnici, che invece sarebbero tra i pochi che avrebbe un senso valorizzare. Poi ci sono i tecnici che girano con le compagnie che sono assunti per la tournée, loro non hanno mica la certezza della continuità del lavoro. Per questo è incredibile la vicenda dello Stabile di Napoli, che dovendo scegliere chi non pagare, scelse di non pagare chi era in giro. Dopo due settimane che non venivano pagati, gente che sostiene le spese di chi è in trasferta, hanno deciso di interrompere la tournée. Il problema è assolutamente questo. Poi ci sono le eccezioni come lo Stabile di Bolzano che spende l’85% del suo budget nelle produzioni, solo il resto serve a dirigenti e manager vari".

Spendere anche se non bisogna

“Si propongono agli attori contratti meno vantaggiosi, non si guarda al percorso, al talento, al merito - continua Balasso - Così si abbassa il livello di ciò che si propone. Il biglietto conta poco, penso alla “Cativìssima", tra i pochissimi spettacoli dello Stabile del Veneto che è andato all’attivo. Io sono cresciuto nella logica del contenimento dei costi, per ovvi motivi e questa impostazione l’ho sempre mantenuta. Quindi anche allo Stabile il massimo risparmio sui costi, perché io vengo da quel mondo lì. Eppure sono riusciti a spendere quel qualcosa in più che si poteva risparmiare anche in quella occasione. Perché poi c’è anche un gioco di relazioni che è inevitabile in un mondo così. Per quanto riguarda i tecnici, almeno lo Stabile ha delle regole sue sindacali, due squadre, però poi bisogna stare attenti alla durata e altri vincoli Un teatro non ha bisogno di 50 persone. Dove entra la politica dello stato tutto diventa un “postificio”, e chi produce posti di lavoro inevitabilmente manifesta e consolida un potere. E’ per questo che la Lega se ne interessa. Hanno portato avanti l’istanza dello stabile, i leghisti, come fosse una roba da parrocchie".

I teatri nazionali

Secondo Balasso, lo Stabile i fondi li prenderà uguali a prima. Sarebbe solo questione di prestigio: "La legge sui teatri nazionali sanciva che dovevano essere tre - puntualizza - in modo da potere fare spettacoli grossi e quindi costosi, coi quali sarebbe stato impossibile rientrare col prezzo del biglietto. Ma davvero pensiamo che l’opera lirica rientri dai costi con il prezzo del biglietto? Avrebbero dovuto esserci tre teatri nazionali, uno al nord, uno al centro e uno al sud. Tutto però poi viene risolto a prezzo politico: sono diventati sei, poi sette e così via. E comunque è solo una questione di finto prestigio, perché lo Stabile del Veneto non prenderà meno soldi. Era più giusta l’idea dei tre teatri che potevano rappresentare un rilancio con produzioni, attori e registi importanti, magari anche stranieri. Invece il provincialismo, i conti della serva, la dirigenza dei teatri e chi ci è entrato per avere un posto fisso stanno riducono l’arte a una bega condominiale. La stabilità dei teatri può essere negativa - conclude - I teatri dovrebbero essere poco stabili ma luoghi di sperimentazione per cercare nuove strade, nuovi linguaggi, nuove visioni. Diventa un lavoro, altrimenti, qualcosa che ha poco a che fare con l’arte, un po’ come la stabilità. Una struttura burocratizzata fa far passi avanti per scatti di anzianità. Questa è gente che occupa posti che poi sono cruciali. Anche molti artisti sono statalizzati, pretendono continuità di lavoro a prescindere. Al di là della volontà, non tutti gli attori sono artisti, vedo anche lì tanti impiegati".

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