Cronaca

Perse la vita in un incidente stradale, i figli: «Chiediamo giustizia»

I familiari di Lucia Tornabruni, morta in un incidente nel 2019, dopo l'udienza in cui l'imputato ha chiesto il rito abbreviato: «Si assuma le responsabilità»

Il luogo dell'incidente

«Come si può pretendere di essere assolti da un’accusa di omicidio stradale se si correva a 35 km/h in più del limite di velocità prescritto, e per di più in corrispondenza di un incrocio pericoloso»?. Sono amareggiati i familiari di Lucia Tornabruni, dopo le dichiarazioni del legale dell’automobilista rinviato a giudizio per il tragico incidente a seguito del quale la loro cara ha perso la vita. Nell’udienza preliminare di martedì, A. C., 45 anni, di Campodarsego (Padova), ha chiesto tramite il proprio avvocato il rito abbreviato. Ma i figli della 69enne di Santa Maria di Sala non ci stanno all’eventualità che tutta la responsabilità del sinistro sia ascritta alla loro familiare.

L'incidente

La tragedia si è consumata il 12 ottobre 2019 all'incrocio tra via Pianiga e via Caltana, tratto della Provinciale 30, nel territorio salese. La donna si era immessa con la sua Fiat Panda su via Caltana da via Pianiga svoltando a sinistra verso Scaltenigo, ed è stato allora che la sua utilitaria è stata centrata dalla Fiat Bravo condotta da A. C., che sopraggiungeva in via Caltana e che era diretta verso il centro di Caltana: un impatto tremendo, proprio sul lato conducente della Panda, in seguito al quale entrambe le vetture sono finite nel fossato e che non ha lasciato scampo a Lucia Tornabruni.

La perizia

«Non c’è dubbio che la vittima ha mancato lo stop, ma è altrettanto assodato che l’automobilista sopraggiungeva a una velocità di 85 km/h contro il limite di 50 e per di più in prossimità di un incrocio - dicono i legali della famiglia di Lucia Tornabruni -. Le “certezza” di assoluzione dell’imputato si basano su una delle considerazioni del perito industriale Alberto Conte, il consulente tecnico d’ufficio a cui il pm Stefano Buccini ha affidato l’incarico di redigere la perizia cinematica per chiarire dinamica, cause e responsabilità del sinistro, e cioè che il conducente della Bravo, per evitare lo scontro, avrebbe dovuto procedere a 38 km all’ora. Ma è altrettanto vero che se avesse tenuto un’andatura consona probabilmente la vittima lo avrebbe scorto in tempo e avrebbe frenato, e di certo l’impatto avrebbe avuto conseguenze meno devastanti».

Il consulente ha lasciato al pm il compito di valutare quale andatura fosse “esigibile” da parte dell’imputato in considerazione dello stato dei luoghi e il sostituto procuratore ha ritenuto che le accuse formulate a carico di A. C. siano sostenibili in giudizio chiedendone il processo «per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia, inosservanza di norme, regolamenti e discipline - per citare la richiesta del magistrato -. (...) In ogni caso non regolando appropriatamente la propria velocità in prossimità dell'incrocio (…) A. C. non riusciva a impostare alcuna manovra diversiva e collideva violentemente con l’autovettura di Lucia Tornabruni, facendola scarrocciare, a causa dell’elevata velocità di marcia al momento dell’impatto, per diversi metri, sfondando il guardrail fino a precipitare nel fossato adiacente, cagionandone così il decesso».

I familiari, attraverso i legali di Studio 3A, hanno già ottenuto un risarcimento. «Non proviamo sentimenti di odio e di vendetta nei confronti dell’imputato - spiegano i figli della vittima -, ma chiediamo che si assuma la sua parte di responsabilità in questa tragedia e di ottenere un po’ di giustizia per nostra madre».

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