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"Basta bombe su Gaza", presidio per la pace sul ponte di Rialto

Collettivi, associazioni e comitati veneziani in presidio in centro storico per chiedere la fine delle violenze sugli abitanti della Palestina

Una manifestazione sul ponte di Rialto, simbolo di Venezia e della laguna, per dire basta alla violenza lungo la Striscia di Gaza. Così i comitati degli studenti, le associazioni palestinesi veneziane (e non), i ragazzi del Morion e tante altre realtà della provincia si sono dati appuntamento mercoledì alle 16 in centro storico per un sit-in pacifico ma rumoroso, la cui richiesta di pace riecheggia dai marmi di San Polo fino alle macerie fumanti del Medio Oriente.

BASTA BOMBE – Bandiere arcobaleno con la scritta “peace”, vessilli con i colori della Palestina e cartelloni che si interrogano su “quanta Italia c'è nelle armi israeliane”, questo lo spettacolo a cui hanno assistito passanti e turisti in campo San Bortolo prima e sulle gradinate del ponte di Rialto poi. In prima fila i ragazzi del Li.S.C., che hanno organizzato il presidio e che hanno coordinato le tante realtà arrivate da tutto il territorio per schierarsi dalla parte delle vittime degli ultimi giorni di bombardamenti. I manifestanti parlano di una “devastante offensiva militare israeliana contro Gaza”, che avrebbe “già falcidiato oltre 170 vite umane, in gran parte civili colpiti dai bombardamenti aerei, con case e interi quartieri devastati, migliaia di palestinesi in fuga”. Gli attivisti ricordano quindi il dramma dei profughi, costretti a scappare dalla propria terra in cerca di pace e troppo spesso accolti solo dalla miseria e dal sospetto, e dai gradini del ponte più noto della laguna chiedono la fine del conflitto perché “in questo tempo, riaffermare con forza la conquista della pace, con giustizia e dignità – scrivono nella nota stampa che funge da manifesto al sit-in - significa opporsi alla moderna barbarie delle guerre, a chi le vuole e le alimenta, calpestando e distruggendo migliaia di vite umane, quelle di chi muore per i bombardamenti e gli attacchi armati e di chi, profugo, è costretto a fuggire”.

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