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A due anni dalla tragedia il papà di Marco fa appello al giudice: "Non archiviate il caso"

Morì a 23 anni, il 2 maggio 2014, in un tragico incidente. C'è in ballo un procedimento per omissione di soccorso, il padre Giorgio Rizzetto: "Hanno lasciato morire mio figlio"

“Signor giudice, si metta una mano sulla coscienza: non archivi il procedimento di omissione di soccorso nei confronti di chi ha lasciato morire come un cane mio figlio. Gli renda giustizia”. A lanciare l’accorato appello è Giorgio Rizzetto, il papà di Marco, giovane di 23 anni deceduto giusto due anni fa in un tragico incidente. Il genitore si sta battendo con ogni mezzo per fare piena luce sulle circostanze del sinistro, assistito da Studio 3A, società specializzata nella valutazione delle responsabilità civili e penali.

Verso le 21.30 del 2 maggio del 2014 Marco, che abitava con la sua famiglia a Portogruaro, si trova nella zona industriale East Park della vicina Fossalta per provare la sua Ford Fiesta che gli dava delle noie, in tuta da lavoro. "All'improvviso - si legge nella ricostruzione fornita da Studio 3A - mentre procede per la sua strada con il diritto di precedenza, viene speronato a 98-99 km all'ora dal lato del conducente da una Volkswagen Passat che manca lo stop: a guidarla la (oggi) 45enne R.T., di Ronchis (Udine), che dichiarerà di essere da sola in auto e di essere stata inseguita da qualcuno per giustificare la sua condotta: i dubbi che si trattasse del marito sono tanti. Infatti, a bordo con lei, in realtà - ma lo si scoprirà solo due giorni dopo - c'è anche D.C., un (oggi) 55enne, pure lui residente a Ronchis, che intrattiene con lei una relazione extraconiugale".

"L'impatto è terrificante - prosegue il racconto - Marco resta esanime nell'abitacolo della sua vettura, mentre la donna rimane nella sua Passat, a una decina di metri di distanza, con una caviglia rotta: non è in alcun modo incastrata ma, a quanto dichiarerà, è impossibilitata a muoversi a causa della frattura. Pur ammaccato, D.C. esce con le sue gambe dall'auto ed il suo intervento potrebbe risultare decisivo per il giovane. Ma il 55enne, anziché allertare i soccorsi, fugge, percorre due chilometri a piedi e si fa venire a prendere da un amico dell'Aci, lasciando il ragazzo al suo destino: la zona è completamente isolata, di notte non c'è nessuno".

Sono le 22.14, quasi un'ora dopo il sinistro, quando la donna si decide a dare l'allarme: "Non chiama il 118 - specifica il resoconto di Studio 3A - Bensì un'amica, il suo medico di base, A.S., 49 anni, pure lei di Ronchis, che accorre sul posto: sarà lei lungo il tragitto a chiamare i soccorsi. Ma, inspiegabilmente, la dottoressa di fatto presta soccorso solo all'amica ferita. Ai carabinieri dichiarerà di aver gridato a gran voce verso la macchina di Marco Rizzetto ma senza avvicinarsi e di non aver ottenuto risposta. Di sicuro non ha visitato nemmeno sommariamente Rizzetto per accertarsi dei suoi parametri vitali, circostanza che ha lasciato basito anche il comandante dei carabinieri di Portogruaro".

"Il risultato di questa serie di omissioni è che la prima ambulanza arriva sul posto circa un'ora e mezzo dopo il fatto, alle 23.05, e il medico che interviene non può che constatare il decesso di Marco, avvenuto, scrive nel rapporto, verosimilmente sul colpo: circostanza su cui però non vi sono certezze, anche perché il dottore non effettua alcuna verifica dei parametri post mortem e, soprattutto, anche in seguito a tutti questi depistaggi, sulla salma non viene disposta l'autopsia. Il Pm dà il nulla osta per la sepoltura prima ancora che inizino gli interrogatori. Sta di fatto, però, che questo rilievo ha finora evitato a D.C. l'accusa di omissione di soccorso per Marco: il reato gli è stato contestato solo per il mancato soccorso alla sua amante, che dal canto suo, per l'omicidio colposo ha patteggiato 21 mesi".

La famiglia di Marco, però, non ci sta: secondo il papà, che vuole andare a fondo, stabilire cos'è davvero successo al figlio e capire quanto tempo è stato perso e se si sarebbe potuto salvare, il ragazzo avrebbe agonizzato dai 30 ai 60 minuti. Perciò è stata presentata opposizione contro l'archiviazione dell'inchiesta sull'omissione di soccorso a carico di D.C. e la Procura di Pordenone ha disposto ulteriori accertamenti per stabilire con certezza come e quando sia sopraggiunta la morte del ragazzo. Un supplemento di indagini che potrebbero avere conseguenze, forse ancora più gravi data la sua professione, anche per il medico di famiglia della R.T., che pure di recente Rizzetto ha chiamato in causa sporgendo a suo carico una denuncia presso la stazione dei carabinieri di Portogruaro “per omissione di soccorso e per tutte le ipotesi delittuose che saranno ravvisate nella sua condotta”.

Il Pm, tuttavia, avrebbe confermato la richiesta di archiviazione: di qui l'appello di Rizzetto al giudice che il prossimo 12 luglio sarà chiamato a esprimersi definitivamente sul caso. “Non c'è alcuna prova provata della morte sul colpo di Marco, sul quale non è stata predisposta alcuna autopsia, una delle tante lacune delle indagini, così come quella di non aver verificato i tabulati telefonici del marito della R.T. – ripete Giorgio Rizzetto - E comunque il reato D.C. l'ha commesso nel momento stesso in cui è fuggito non preoccupandosi minimamente di controllare le condizioni di chi c'era nell'altra vettura, che distava non più di dieci metri: lui non lo poteva sapere se mio figlio era morto o meno, le sua colpa c'è tutta nel momento in cui è scappato. La dottoressa A.S., dal canto suo, chiamata sul luogo dell'incidente dalla sua amica e guidatrice dell'auto che ha provocato il disastro, si limita a chiamare a voce alta e a distanza gli occupanti della macchina investita senza soccorrere nessuno, non sapendo spiegare al 118 nemmeno se ci siano una o più persone a bordo e in che condizioni siano. L'omissione di soccorso per questa dottoressa doveva scattare d'ufficio da parte del Pm, essendo ancora più evidente per il dovere che ha come medico. Non è possibile una tale superficialità da parte di tutti in questa vicenda. Questi due personaggi dovrebbero essere condannati solo perché hanno abbandonato una persona moribonda in un'auto incidentata, mettendo in atto una serie di depistaggi per salvare loro e l'investitrice: Marco non era incastrato all'interno, si poteva intervenire aprendo la portiera destra. Poteva benissimo avere perso i sensi o essere impossibilitato a parlare. Il dubbio atroce che nostro figlio si sarebbe potuto salvare, se si fossero chiamati tempestivamente i soccorsi, è per noi un costante tormento”.

“Il 12 luglio lei, signor giudice, si esprimerà sull'ennesima richiesta di archiviazione sull'omissione di soccorso, alla quale noi ci siamo energicamente opposti, consentendo anche la riesumazione della salma per una TAC o una risonanza magnetica total body – conclude il papà - Una decisione per noi molto sofferta ma che abbiamo preso nella speranza di capire se mio figlio, come crediamo e temiamo, sia stato lasciato morire, e di vedere condannato alla giusta pena chi si è macchiato di questo misfatto. Nulla ci restituirà nostro figlio, ma sarà per noi un motivo di consolazione sapere di avergli quanto meno reso giustizia. Non può passare il concetto che una qualsiasi persona possa essere abbandonata e lasciata morire, tanto poi la si passa liscia”.

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