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In Australia per inseguire il proprio sogno: "In Italia non avrei avuto le stesse possibilità"

Martina Barzan è una giovane noalese laureata a Padova in Bioingegneria. Le possibilità di fare ricerca, in Italia, erano limitate se non nulle, ecco perché ha deciso di "fare la valigia"

La chiamano fuga di cervelli. Non è certo un mistero che al giorno d’oggi per ritagliarsi una fetta di successo nel campo della ricerca universitaria sia necessario muoversi fuori dai confini nazionali. Ogni anno giovani ricercatori preparano la valigia, si mettono su un aereo e vanno a caccia di fortuna altrove, lasciando un pezzo di cuore in Italia per trovare la propria dimensione in un Paese che sia in grado di dar loro qualche possibilità. Tra i tanti veneti che hanno lasciato casa propria per inseguire i propri sogni c'è anche Martina Barzan, noalese di 28 anni, laureata nel 2014 in Bioingegneria all'Università di Padova, che ora si trova in Australia, a Gold Coast, nella regione del Queensland.

Mancanza di sbocchi. "Dopo la laurea ho lavorato per alcuni mesi come assistente di ricerca presso il dipartimento di ingegneria meccanica sempre all'Università di Padova - racconta Martina - ma stavo cercando una posizione di dottorato in Biomeccanica perché volevo specializzarmi in quello che veramente mi appassiona". In tutto ciò l'Ateneo di Padova non offre corsi di laurea specialistica specifici e le possibilità, in Italia, sono molto limitate. Se non assenti. "Inizialmente consideravo anche la possibilità di fare un dottorato in Italia - continua la giovane - sempre se avessi trovato un argomento d'interesse. In quel periodo controllavo un sito di biomeccanica per tenere d'occhio le posizioni di dottorato disponibili e devo dire che in quei quattro mesi di ricerca non ho visto una singola posizione di dottorato in Italia. Così, spinta dall'interesse per i vari argomenti, ho iniziato a mandare "application" alle varie università straniere, principalmente europee, fino a quando ho visto un annuncio per una posizione di dottorato in Australia, alla Griffith University".

Una cultura e un approccio diversi. "L'argomento di ricerca racchiudeva tutti gli argomenti che avrei voluto approfondire - sottolinea Martina - e, per di più, dava la possibilità di collaborare direttamente con un ospedale pediatrico, che è sempre stato uno dei sogni della mia vita. Inoltre, uno dei supervisori del progetto, mi aveva seguito da vicino mentre preparavo la tesi di laurea magistrale". Sono state le competenze del gruppo con il quale sarebbe andata a lavorare, l'argomento di ricerca e la possibilità di collaborare direttamente con un ospedale pediatrico, quindi, a farle fare il grande passo verso l'Australia. "Di sicuro non avrei avuto le stesse opportunità in Italia - specifica - principalmente per motivi economici: i fondi destinati alla ricerca in Italia, infatti, son ben diversi da quelli in Australia".

Lasciare l'Italia è sempre difficile, vuoi per la lontananza dalle persone care, vuoi per la mancanza di un appoggio concreto in situazioni difficili. "La lontananza da casa spesso pesa, e il fatto che non si tratta di un esperienza di qualche mese la fa pesare ancora di più. Purtroppo non si può pensare di tornare a casa per un weekend e a costi accessibili. E non posso neanche sperare che i miei vengano a trovarmi fin quaggiù. Prima di partire mia mamma mi ha detto: «Ricordati che se vuoi vederci devi tornare qui». Quindi sono partita con la consapevolezza che non sarebbe stato facile. Certo, al giorno d'oggi la tecnologia aiuta a stare in contatto, ma comunque, non può sostituire il calore di un abbraccio. Sono comunque dell'idea che la lontananza fortifichi e aiuti ad apprezzare di più quello che si ha!".

Se da una parte c'è la nostalgia di casa, dall'altra, 'down under', c'è grande ospitalità. "I dottorandi stranieri qui in Australia sono accolti a braccia aperte - sottolinea la noalese - Appena arrivata ho partecipato ad una serie di incontri per studenti internazionali, nei quali mi hanno illustrato vari aspetti della vita australiana, sia accademica che non. Tutto è ben organizzato, gli studenti internazionali sono parecchi e io mi sono sentita ben accolta sin dall'inizio". L'esperienza, insomma, è positiva. Ciò che l'ha colpita è la genuinità delle persone, semplice ed autentiche, nonché le opportunità di lavoro e crescita: "Ho trovato lavoro in una scuola di italiano e come tutor all'università, le persone meritevoli vengono sempre premiate". Martina non è certo la prima a fare le valigie per cercare la propria fortuna altrove, e non sarà certo l'ultima. Quello che ci resta da farle è solo un grosso in bocca al lupo per il suo futuro.

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