Meolo, tragedia della Solfatara. I periti: «Nessun presidio di sicurezza»

Tre persone cadute nella voragine morirono in 6 minuti. «Palese e grave negligenza emerge a carico della società per non avere valutato l’elevata probabilità e l’elevato rischio di morte»

La tragedia della Solfatara

Saranno illustrate nell’udienza fissata per lunedì 20 maggio, dalle 10, al tribunale di Napoli, le conclusioni della perizia sulla Solfatara. Realizzata dal collegio peritale nominato dal presidente dell’ufficio del giudice per le indagini preliminari, Isabella Iaselli, verranno esposte nell’ambito del procedimento penale per la morte di Massimiliano Carrer, della moglie Tiziana Zaramella e del figlio Lorenzo.

I fatti

La famiglia veneziana di Meolo rimase vittima, il 12 settembre 2017, visitando il noto sito naturalistico, di un incidente: Lorenzo precipitò in una voragine del terreno che si aprì sotto i suoi piedi e che inghiottì, stordendoli con i gas del sottosuolo, anche il papà e la mamma, finiti dentro uno dopo l’altro nel vano tentativo di salvare il ragazzo. Sopravvisse solo il figlio più piccolo dei Carrer, che oggi ha dieci anni e vive con la zia. 

La sicurezza

L’inchiesta ha evidenziato fin da subito le gravi lacune sul piano della sicurezza per i visitatori e per il personale impiegato nell’area, che da allora è sotto sequestro. Violazioni che hanno portato all’iscrizione nel registro degli indagati, per il reato di disastro colposo l'amministratore della Vulcano Solfatara e altri cinque soci della società. Queste lacune sono state confermate anche dall’approfondimento tecnico richiesto dagli stessi sostituti procuratori e accordato dal Gip.

Negligenza

Ancora più gravi le censure in relazione alla voragine “maledetta”, documentata anche da un video del 9 settembre 2017. «La palese e grave negligenza che emerge a carico della società è quella di non avere valutato l’elevata probabilità e l’elevato rischio di morte, comunque valutabile, dovuti a una possibile cavità posta sotto il piano campagna, di dimensione maggiore rispetto a quella che poteva percepirsi visivamente dal soprastante piano. E di non aver quindi posto in opera una delimitazione che fosse maggiormente estesa e distante dalla originaria dimensione della voragine. Emerge che l’area della cosiddetta “spianata” (fangaia, stufe, fumarole, belvedere, etc.) era visitabile e fruibile, da parte dei visitatori, senza che fosse rilasciata alcuna autorizzazione». I familiari delle vittime sono patrocinati dagli avvocati Alberto Berardi e Vincenzo Cortellessa, con la collaborazione di Studio 3A-Valore.

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