Messa del patriarca al carcere della Giudecca. «Mura che raccontano un fallimento di tutti»

Moraglia alla casa di reclusione femminile nell'Epifania. I ringraziamenti delle donne in una lettera all'inizio della celebrazione. I doni all'altare. Lui porge la calza della befana ai piccoli di 2 detenute

Il patriarca Francesco Moraglia al carcere della Giudecca alla vigilia dell'Epifania

«Il muraglione testimonia che qualcosa non ha funzionato nella vita della nostra comunità». Celebrazione della messa al carcere femminile della Giudecca del patriarca di Venezia Francesco Moraglia, alla vigilia dell'Epifania. «Una consuetudine - dice il patriarca - che nasce dal desiderio di dire che le mura che vi separano dalla città dicono di un fallimento di tutti». Prima che la messa abbia inizio, un pensiero viene letto a nome di tutte le presenti, che hanno preso posto ai banchi del salone adibito a chiesa nel carcere, dove all'ingresso si scorge il presepe fatto con la barca spezzata dal maltempo il 12 novembre scorso in laguna. «Siamo tutte figlie e molte di noi sono mamme. Le membra più fragili. Attraverso un percorso in cui ci rafforziamo», dice leggendo la giovane. Moraglia prima di cominciare la invita ad avvicinarsi all'altare, la saluta, la abbraccia. Un attimo carico di emozione.

I fondamentali

«Resto sempre colpito da quanto le persone siano segnate nel rapporto con i loro papà e le loro mamme. Ci sono dei fondamentali nella vita che se non rispettati, se non vissuti, creano sofferenze in tutti - dice Moraglia -. Ricordo il racconto di una persona che aveva avuto una vicenda, che lo ha portato anche in carcere. "Ero piccolo, mio padre mi prendeva per i piedi e mi teneva sospeso nella tromba delle scale, mi spaventava", mi confidò. Queste mura sono un fallimento ma anche un riscatto», afferma il patriarca e poi dice, «del presepe ho appreso dai giornali e questo è segno che la città è interessata a quello che fate - si rivolge alle donne, molte delle quali non italiane - e il presepe allo stesso modo racconta il vostro interesse per la città, poiché è stato costruito con la prua di una barca distrutta dall'alluvione di novembre».

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La rinascita

Fra le donne ci sono volontari e volontarie molto giovani. E il coro, con le chitarre e i tamburi, ad accompagnare la cerimonia con canti festosi e inni gioiosi. Le donne che scontano le loro pene dentro alle mura della Giudecca passano attraverso tutte le età e hanno varie provenienze. A leggere la prima lettura si accosta all'altare Manuela Cacco, la titolare di tabaccheria di Camponogara, conosciuta per la condanna nel delitto di Isabella Noventa, vicenda raccontata dai media locali e nazionali. «Questo è un luogo di sofferenza. Bisogna dire le cose come stanno - dice Moraglia - Ma anche luogo di rinascita, di ripartenza. La storia della salvezza - ricorda il patriarca - è la storia di un uomo che Dio mette alla prova. Gli uomini e le donne che Dio sceglie vengono messi alla prova. Giacobbe, prima di diventare la guida di Israele, resterà per 20 anni in esilio in terra straniera, incontrando chi gli farà pagare in modo salato la ruberia della primogenitura: il suocero, che lo obbligherà a lavorare per lui oltre il tempo dovuto». 

La luce «dono di Dio»

Ecco però che il Vangelo, in tema con la festività, ricorda la stella, quella luce che guidò i Re Magi, che Erode non vide, che i giudei non videro, né gli scribi, «quella luce - dice il patriarca - che sorge come dono di Dio, e che chiama in causa anche la libertà della persona. Una luce che appare nella vita di tre uomini, la stella di Davide. Luce del riscatto che inizia quando troviamo qualcuno che ha fiducia in noi. Quando ci poniamo delle domande in libertà: "Io sono frutto del caso?". I saggi lasciano tutto e seguono quella luce e poi tornano alle loro terre con uno spirito diverso. Trovare la luce, ripartire, ricostruirsi e fare della nostra fragilità, la forza. Quando riconosco di essere fragile sono forte - dice Moraglia - perché qualcuno entra nella mia vita. Se terremo gli occhi aperti scorgeremo quella luce che Dio ha destinato per la nostra vita». Al termine dell'omelia alcune e alcuni si avvicinano al leggio, srotolano il proprio biglietto e, uno alla volta, leggono la loro preghiera. Nelle invocazioni si sentono accenti dialettali diversi, il lombardo, il toscano, ma anche lingue straniere, lo spagnolo, l'inglese. Nelle preghiere vengono ricordati gli agenti della penitenziaria del carcere, gli operatori, i volontari, i figli. E allo scambio del segno di pace, molte donne si alzano e si allontanano dal proprio posto per percorrere quasi tutta la sala, fino ad arrivare a stringere quante più mani possibili, alcune con lo sguardo dritto nel volto dell'altro, quasi a volersi assicurare di aver lasciato qualcosa del proprio viso nella memoria altrui.

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