E il Mose?

Il sindaco e gli esperti dicono che serve e che va completato. Cosa si sa dell'opera, della prevenzione dal pericolo delle maree, del sistema veneziano e delle dighe olandesi

Un test su metà barriera a Malamocco, ottobre 2019 (mosevenezia.eu)

In questi giorni si è tornato a parlare del Mose, il sistema di dighe mobili pensato per proteggere Venezia e la laguna dalle acque alte. Secondo i progettisti il Mose è quasi concluso (gli ultimi dati a disposizione dicono che è tra il 90 e il 94% del completamento), ma negli ultimi anni i lavori sono proseguiti a rilento e se si domanda in giro «perché» non è ancora finito, sembra che nessuno sia in grado di rispondere. Il sindaco Luigi Brugnaro dice di non saperne nulla e non essere mai stato informato, il governatore Luca Zaia dice che non gli compete, anche Giancarlo Galan dice di «chiedere a Roma». Questioni di burocrazia, di conflitti di competenze e anomale lungaggini, di errori nell'esecuzione dei lavori. Anche dell'estrema complessità dell'opera, che di certo non è l'unica al mondo a richiedere molti più anni di quanto preventivato per essere realizzata. E poi c'è l'inchiesta che ha portato all’arresto dei vertici del Consorzio Venezia Nuova e che di conseguenza ha causato un forte rallentamento delle operazioni: significa che le opere sono rimaste ferme 4 anni nell'acqua del mare, con i relativi problemi di manutenzione, mai attivata, e il conseguente deterioramento di lavori già finiti e che dovranno essere in parte rifatti. La prossima persona che potrà dare notizie sarà Elisabetta Spitz, appena nominata commissario del Mose dalla ministra alle Infrastrutture, Paola De Micheli. De Micheli ha spiegato: «Ci sono stati forti rallentamenti sul progetto. Mancano gli ultimi 400 milioni. Sono stati appostati dal governo, non sono fermi per motivi burocratici. Non c'è niente di fermo, i lavori stanno andando avanti».

Completare il Mose

Praticamente tutti, comunque, concordano che l'opera vada conclusa, nonostante gli enormi ritardi che si sono accumulati, i costi aumentati e il caso delle corruzioni emerso dalle indagini dei magistrati. Ultimare il Mose «è inevitabile» secondo il premier Giuseppe Conte, che in una doppia intervista al Corriere e La Stampa ha detto: «Ad oggi il Mose è realizzato al 90-93% circa, siamo alle battute finali e i fondi investiti sono tanti. Elementi questi che, insieme a una valutazione di interesse pubblico, rendono impensabile qualsiasi soluzione diversa». In riferimento all'acqua alta record di martedì e al conseguente stato di crisi, ha detto che «ora al sindaco daremo poteri da commissario», e ha confermato la convocazione, per il 26 novembre, «di un "Comitatone" interministeriale per la salvaguardia di Venezia, nel corso del quale verrà discussa anche la governance per i problemi strutturali della città, come quello delle grandi navi e del Mose». «Non dobbiamo prendere in giro i cittadini dicendo che completeremo il Mose l’anno prossimo - ha aggiunto -. Il Mose sarà verosimilmente completato nella primavera del 2021». A chi gli fa notare come manchi ancora la nomina del provveditore alle opere pubbliche, figura che si occupa dell'intera salvaguardia e tutela della laguna (l'ex magistrato alle acque), il premier ribatte che «la ministra De Micheli ha terminato sette giorni fa l'interpello e fra qualche giorno deciderà sui risultati di questa procedura pubblica». Le notizie più recenti sullo stato di avanzamento del Mose risalgono a fine ottobre, quando un test delle barriere a Malamocco è stato annullato a causa di vibrazioni che sono state considerate pericolose. Questo ha fatto saltare anche il collaudo generale, che era previsto per il 4 novembre.

La crescita del livello dell'acqua

Il Mose, al momento, è considerata l'unica possibilità per arginare le maree eccezionali come quelle che stanno colpendo la città in questi giorni. Lo ha ribadito il sindaco nei momenti drammatici del picco di 187 centimentri raggiunto martedì sera, spiegando anche che ciò che sta succedendo è legato ai cambiamenti del clima. È dello stesso parere il ministro dell’Ambiente Sergio Costa: «È chiaro che quanto sta accadendo sia diretta conseguenza dei cambiamenti climatici. La tropicalizzazione dei fenomeni meteorologici: in parole povere vuol dire precipitazioni violente e forti venti». Uno scenario che non lascia spazio a dubbi: Venezia è tanto bella quanto fragile e ora, più che mai, necessita di aiuti e prevenzione. L’idea delle paratoie installate nelle tre bocche di porto lagunari è degli anni ‘90 e dovrebbe proteggere la città da maree alte anche tre metri. Tralasciando i costi esorbitanti dell’opera e il sistema di corruzione che per anni è stato alla base del sistema di appalti per fini criminogeni personali e politici, arrivare alla soluzione ora è fondamentale.

Funzionerà? (e perché non si fa come in Olanda?)

Il giornalista Antonio Massariolo, per il Bo Live, ha parlato con il professore di Costruzioni marittime e Protezione e gestione delle coste del dipartimento ICEA dell’università di Padova, Piero Ruol, chiedendogli come si può fare prevenzione, sia in una città come Venezia che nel resto delle coste italiane. «Il problema della prevenzione è molto delicato - ha detto Ruol -. La prevenzione non è così banale come sembra. Non è possibile creare una barriera rigida che protegga tutta la costa perché ovviamente avrebbe un impatto ambientale enorme. Chiaramente esistono possibilità di intervenire localmente ma la situazione è abbastanza grave: in Italia quasi la metà delle coste è in una condizione di erosione». «È del tutto evidente che quando sarà in funzione - ha continuato il professore -, e ci auguriamo non sia troppo lontano questo giorno, il sistema di chiusura delle bocche della laguna (Lido, Malamocco e Chioggia), Venezia non andrà più sott’acqua come è accaduto».

Professore, tralasciando gli aspetti politici e giudiziari, quindi il Mose potrebbe essere utile per evitare fatti come quello della scorsa notte?

«Certo. Il sistema di chiusura delle bocche di porto è assolutamente necessario. Se sia la soluzione ottimale o no o se sarebbe stato più opportuno pensare ad una tipologia di chiusura diversa, questo è un discorso infinito, ma il fatto che si debba pensare ad una chiusura è un fatto inevitabile. Le alte maree a Venezia sono sempre più frequenti anche dovute al fatto che la città un po’ alla volta sta sprofondando, anche se fortunatamente questo fenomeno è diminuito. Un sistema di chiusura è necessario e l’importante è che questo sistema entri in funzione il prima possibile ed abbia la necessaria manutenzione, che è il problema più delicato di queste barriere del Mose. Se ci fosse stato il Mose attivo Venezia non sarebbe andata sott’acqua, o meglio, sarebbe andata sotto solamente la porzione della città che sta al di sotto della quota 110 centimetri».

Si parla spesso dell’Olanda. Nei Paesi Bassi ci sono metodi che potrebbero essere “copiati” anche da noi?

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«In Olanda usano delle barriere, dei piloni messi di traverso nella zona che separa il mare dall’entroterra e sono delle barriere che si possono alzare ed abbassare, regolando il livello interno. Andiamo piano però perché non possiamo far passare l’Olanda per una soluzione ambientalmente irrilevante. Hanno bonificato, quindi rubato al mare, centinaia di ettari di terreno. Se parliamo delle porte quella è  una soluzione un po’ diversa rispetto al Mose, è una soluzione che funziona molto bene e che sarebbe stato possibile considerare anche per Venezia se non che l’impatto visivo sarebbe stato decisamente molto superiore a quello delle paratoie del Mose».

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