Lo yacht incendiato e le intimidazioni: i metodi mafiosi degli 'ndranghetisti

Diversi episodi appurati dai carabinieri del Ros. L'indagine ruota attorno alla famiglia dei Multari, con ramificazioni nell'imprenditoria veneta. In arresto anche Francesco Crosera, titolare di un cantiere nautico a Quarto d'Altino

Un frame dal video dell'operazione (carabinieri)

Estorsioni, minacce, intimidazioni. La cosca dei Multari si muoveva nel mondo dell'economia veneta con disinvoltura criminale e ricorreva sistematicamente a metodi di tipo mafioso per ottenere ciò che voleva, intrecciando legami con l'imprenditoria locale. Ad esempio con Francesco Crosera, uno degli arrestati, veneziano e titolare di un cantiere nautico a Quarto d'Altino: Crosera aveva chiuso un contratto milionario per la cessione dello yacht "Terry" (ormeggiato ad Alghero in Sardegna), ma l'acquirente aveva scoperto dei gravi difetti sulla barca e aveva contestato la regolarità dell'acquisto. Così, per impedire le necessarie perizie, il venditore avrebbe chiesto aiuto agli 'ndranghetisti, i quali avrebbero inviato degli emissari a incendiare lo yacht. Avevano appiccato fuoco una volta, nel 2015, distruggendolo solo parzialmente; ci avrebbero provato di nuovo, stavolta fermati dall'intervento dei carabinieri.

I dettagli dell'operazione - VIDEO

La famiglia Multari

Al centro dell'operazione c'è Domenico Multari, con precedenti per sequestro di persona, omicidio colposo, bancarotta fraudolenta e ricettazione. Multari, con la sua famiglia, è una presenza profondamente radicata in Veneto e in particolare a Zimella, in provincia di Verona, dove si trasferì trent'anni fa. In passato gli erano state confiscate delle proprietà, e proprio nelle fasi successive alle confische i carabinieri hanno appurato ulteriori condotte illecite: era riuscito a impedire la vendita all'asta degli immobili sequestrati minacciando e facendo violenza sui pubblici ufficiali che si recavano nelle sue abitazioni, riuscendo in tal modo a far desistere eventuali clienti dall'intenzione di acquistarle. Così le aste andavano deserte e lui riusciva a riottenere le proprietà a prezzi molto vantaggiosi, ovviamente tramite dei prestanome.

Arresti e perquisizioni

L'indagine conclusa oggi ha coinvolto in tutto 15 persone (5 delle quali portate in carcere e 2 ai domiciliari; le altre solo destinatarie di perquisizione) che risultano indagate per estorsione, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato, trasferimento fraudolenti di valori, resistenza a pubblico ufficiale, incendio, minaccia, tentata frode processuale. Tutti reati aggravati dall'essere stati commessi avvalendosi di modalità mafiose. Le operazioni sono state dirette dalla procura distrettuale antimafia e antiterrorismo di Venezia e condotte dal Ros, indirizzate alla famiglia cutrese dei Multari, legata alla cosca di Nicolino Grande Aracri: i componenti della famiglia Multari coinvolti sono i fratelli Domenico, Carmine e Fortunato, oltre a Antonio e Alberto, figli di Domenico. I crimini di cui si sono resi protagonisti sono stati eseguiti con la complicità di altre persone residenti nelle province di Crotone e Venezia. L'operazione ha riguardato anche le province di Verona, Vicenza, Treviso, Ancona e Genova.

Mafie al Nord

Per il procuratore capo di Venezia Bruno Cherchi questa indagine rivela «segnali pericolosi, perché dimostra che anche in Veneto la criminalità organizzata si presenta come soggetto che risolve i problemi». Il deputato veneziano Nicola Pellicani, componente della Commissione antimafia, parla della «ennesima dimostrazione di come le mafie e le organizzazioni criminali siano infiltrate anche nel nostro territorio e operino in raccordo con imprenditori locali». «Nelle scorse settimane - ha aggiungo - il prefetto di Venezia mi aveva manifestato la disponibilità a riunire i prefetti veneti per incontrare la Commissione e affrontare il tema delle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio. La medesima disponibilità a collaborare con la commissione mi è stata espressa anche dal capo della Dda di Venezia. La politica deve occuparsi concretamente di questi problemi, bisogna continuare a promuovere la cultura della legalità in tutto il Paese, nella consapevolezza che il problema delle mafie riguarda anche il Nord dove la criminalità organizzata non si manifesta quasi mai con atti violenti, ma penetrando nella vita economica del territorio».

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