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Nordio sulla corruzione: "Fermi a 2000 anni fa, inutili pene severe"

Nessun passo avanti è stato fatto, secondo il procuratore che si è occupato del Mose. "Più la Repubblica è corrotta, più produce leggi"

Fermi a duemila anni fa: c'è poco da stare allegri in materia di corruzione, secondo le parole del procuratore aggiunto veneziano Carlo Nordio. Intervenuto lunedì alla trasmissione Mix24 su Radio 24, ha spiegato: "Più la Repubblica è corrotta, più produce leggi: e più produce leggi, più fornisce strumenti di corruzione. Siamo fermi a duemila anni fa, e non si vedono spiragli di novità".

Insomma, secondo il magistrato che si è occupato del caso Mose la legislazione in materia somiglia a un cane che si morde la coda:  politici e funzionari hanno gioco facile a mettere in azione meccanismi di corruzione contando sui cavilli e sulla discrezionalità delle norme. Mentre le nuove leggi prodotte si concentrano sull'inasprimento delle pene, anziché sulla semplificazione della normativa. Un concetto che Nordio ribadisce periodicamente, sempre osservando che di passi avanti a livello politico non se ne fanno.

Lo dimostra ad esempio il caso di "mafia capitale": "Le pene più severe non servono - ha ribadito -. Servono per dimostrare all'opinione pubblica che il governo ha delle buone intenzioni: l'opinione pubblica è molto sensibile emotivamente a queste reazioni. Ma l'efficacia è zero". Il procuratore ha poi commentato la denuncia di D'Alema sull'uso della giustizia per screditare le persone: "D'Alema ha ragione tardivamente. Il partito che lui ha rappresentato con molta autorevolezza avrebbe potuto e dovuto attivarsi molto tempo prima, quando queste anomalie erano già evidenti".

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