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Il patriarca nella Basilica: "Marco simbolo di Venezia nel mondo e tolleranza tra culture"

È il giorno del patrono veneziano. Francesco Moraglia parla di "pluralismo" e "passione per i valori". Ha ricordato gli episodi di violenza contro i cristiani ad Alessandria in Egitto

Marco è protagonista il 25 aprile, giorno in cui Venezia celebra il proprio patrono evangelista, figura di spicco della Chiesa primitiva. Ne parla il patriarca Francesco Moraglia durante la messa di martedì mattina nella basilica intitolata proprio a San Marco. In laguna è il momento della festa, ma Moraglia vuole ricordare anche i meno fortunati: "Mentre festeggiamo il nostro patrono - ha detto - rivolgiamo un pensiero di amicizia, fraternità e vicinanza alle comunità cristiane dell’Egitto così duramente funestate da eventi di violenza, terrore e morte, avvenuti in particolare durante la Domenica delle Palme".

"Non dimentichiamo - ha proseguito - che, su richiesta del Papa Cirillo VI della Chiesa Copta Ortodossa, nel giugno 1968, in occasione delle celebrazioni per i 1900 anni dal martirio di san Marco, Papa Paolo VI autorizzò la restituzione di una reliquia (un frammento d’osso) del Santo Evangelista ad Alessandria; questo rende i legami tra le nostre Chiese ancora più stretti. E l'onore che abbiamo noi veneziani di conservare, nella sua sostanziale interezza, la preziosa reliquia del corpo di san Marco deve quindi farci sentire maggiormente consapevoli della fratellanza cristiana e renderci solidali con chi è stato colpito così duramente".

Il patriarca ha anche ricordato la figura di Marco come simbolo di unione tra culture e civiltà: "Venezia e le terre venete, oggi, sono legate al loro Patrono, il cui simbolo è il leone alato che artiglia un libro con la scritta: 'Pax tibi Marce evangelista meus'. Tale stemma è diventato nei secoli personificazione della Serenissima e fu posto in ogni angolo della città, nei suoi sestieri, fondamenta, campi, campielli e riprodotto ovunque la Serenissima si rese presente, sia in Oriente sia in Occidente".

"Chiediamo - in questo tempo in cui, per il fenomeno delle migrazioni, Oriente e Occidente s’incontrano anche all’interno delle mura cittadine - che le differenti etnie e culture che vivono nella nostra città e nel nostro territorio sappiano incontrarsi, considerando che 'tolleranza' e 'amore per la verità', 'pluralismo' e 'passione per i valori', per le sane tradizioni, sono tutt’altro che in contrasto fra loro; sono, anzi, chiamati a costruire il bene della città nel rispetto del territorio, della sua cultura, della sua storia e, certamente, della legalità, del bene comune e, quindi, di una vera cordiale convivenza.
Da una parte vi sono i fatti della storia e della recente cronaca (il ricordo vivo dello scampato attentato a Rialto), dall’altra l’impegno a favore del bene comune che ha bisogno non di paura ma di sicurezza e legalità per non cedere alle differenti derive. Tutto oggi si presenta con un volto sempre più 'plurale'". E la considerazione finale alla luce degli ultimi drammatici avvenimenti: "Dio è il Dio della vita, ed è una vera e propria bestemmia pensare di uccidere nel suo nome. San Ireneo ci ricorda sempre che la gloria di Dio è l’uomo vivente".

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