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Omicidio di Piombino, a Rossi contestata la premeditazione: delitto per un debito

Caso chiuso in venti ore, Renato Rossi potrebbe avere macchinato con anticipo l'esecuzione di Ezio Sancovich. I due si conoscevano da anni, di mezzo c'era un prestito di 16mila euro

Un'indagine dai ritmi serrati, conclusa nel giro di meno di venti ore grazie al lavoro del personale del comando provinciale dei carabinieri di Padova. Perché gli elementi di colpevolezza a carico di Renato Rossi, 67enne originario di Ferrara e residente a Martellago, secondo gli investigatori sono "inconfutabili": è stato sottoposto al fermo di indiziato di delitto nel tardo pomeriggio di martedì, ritenuto responsabile dell’omicidio di Ezio Sancovich avvenuto lunedì sera lungo la strada regionale 245, nel comune di Piombino Dese (Padova). A carico di Rossi si profila inoltre l'aggravante della premeditazione, contestata dal magistrato "in relazione alle circostanze del fatto e alla disponibilità dell'arma da parte dell'autore".

LA COMPAGNA: "GLI STARÒ VICINO. O MORIVA LUI O MORIVA EZIO"

L'incontro tra l'assassino e la vittima avviene per "definire una sua situazione debitoria di circa 16mila euro": secondo il racconto di Rossi, dopo un primo contatto fuori dal posto di lavoro di Sancovich, a Trebaseleghe, i due si allontanano sull’auto della vittima senza meta. Durante il tragitto nasce una violenta lite verbale, al cui apice Rossi viene fatto scendere dall’auto. Poi, "a seguito di dinamiche ancora in via di accertamento, fredda l’amico con tre colpi di pistola", allontanandosi subito dopo. A questo punto l’autorità giudiziaria emette un decreto di fermo di indiziato di delitto che viene subito notificato ed eseguito: il presunto assassino in tarda serata viene condotto alla casa circondariale di Padova.

Sul luogo del delitto viene trovato un bossolo calibro 9 marca Luger, esploso da una pistola P38 Walter che non risulta censita. All'apparenza sembra l’infausto esito di una lite stradale, visto che la Bmw della vittima ha un tergicristallo piegato. S'iniziano a ricostruire le ultime ore di vita della vittima, partendo dall’analisi del suo telefonino e dalla visione delle telecamere presenti sul tragitto tra lo stabilimento di Trebaseleghe e il luogo del ritrovamento del suo cadavere. Incrociando i dati raccolti, nella mattinata del 2 febbraio l’attenzione si focalizza su Rossi, "amico di vecchia data della vittima, suo socio in alcuni affari e appassionato di armi". Il sospettato viene portato in caserma negli uffici del reparto operativo e interrogato sui suoi movimenti del giorno prima. Dopo un primo momento di imperturbabilità, pressato dalle domande degli investigatori del nucleo, nel primo pomeriggio Rossi si arrende e rivela le informazioni per far recuperare l’arma del delitto: è nascosta sotto un cassonetto dei rifiuti in un condominio adiacente alla sua abitazione di Martellago. A questo punto ammette le sue responsabilità e, dopo essersi consultato con il proprio avvocato, confessa pienamente l'omicidio davanti al sostituto procuratore della Repubblica, Roberto Piccione.

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