Pa Modou, l'anima della protesta: "A Conetta non ci torniamo, lottiamo per la dignità"

Il rappresentante della marcia racconta la sua vicenda, dalla fuga dalla guerra civile alla base di Conetta. E spiega: "Siamo uniti, perché difendiamo i nostri diritti"

Sono scappato dalla guerra civile, mio fratello è stato ucciso. Quando sono arrivato in Italia in 75 sono morti vicino a me". Per lui, Pa Modou Sey, tre giorni di marcia sono nulla. Il suo cammino è iniziato mesi fa per sfuggire alla guerra tra fazioni rivali che ha lasciato un segno indelebile non solo nella sua mente, ma anche sulla sua pelle.

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"Vogliamo vivere dignitosamente"

"Guarda - dice a un certo punto - questo mi hanno fatto". Tirando su la manica del giubbotto mostra una cicatrice di diversi centimetri che si allunga per tutto l'avambraccio. Una ferita inferta con un coltello potenzialmente fatale. E' lui a rappresentare i partecipanti alla seconda marcia per la dignità: "Quando sono usciti dalla base di Conetta si sono riuniti e hanno votato, eleggendo il loro rappresentante - spiega Francesca, della Cooperativa Catai, che li ha accompagnati da lunedì". Pa Modou parla a nome di tutti e il punto fermo da cui parte è che "a Conetta non ci torniamo". Su quello non si negozia: "Abbiamo diritto a vivere dignitosamente - spiega - il signor prefetto ha spiegato che tra pochi giorni ci sono cento posti disponibili. Lui ha il potere per trovare una soluzione ora. Chiediamo solo di vivere in un posto migliore".

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"A Conetta non ci torniamo"

Pa Modou fu uno di quelli che ai tempi della "prima marcia" chiuse il cancello d'ingresso alla base, dando il "la" all'ennesima protesta: "Poi sono io che ho contribuito a riaprirlo - spiega - noi lo facciamo perché quello che succede lì dentro non è giusto. Noi crediamo che il prefetto possa aiutarci, come ha fatto con gli altri 200 che sono partiti prima di noi". L'attesa alle 16 di mercoledì era per l'ennesimo ritorno del titolare di Ca' Corner, Carlo Boffi, ma la strada per arrivare a un'intesa è ancora lunga: "Siamo uniti perché difendiamo i diritti di tutti noi. Qui non ci sono singoli - conclude con convinzione - non so cosa faremo. Dipenderà da quello che ci dirà il prefetto. Su una cosa siamo sicuri: a Conetta non ci torniamo".

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