Fiamme al furgone del paninaro: assolto in secondo grado il presunto mandante

Marco Levacovic scagionato dall'accusa di essere stato la "mente" dietro le fiamme appiccate al mezzo di un ambulante di Noale

Finisce dopo quattro anni e due gradi di giudizio la "guerra dei panini" degli ambulanti in zona Fonderia a Treviso. Combattuta anche a colpi di atti vandalici, tra cui l'incendio del mezzo di un ambulante di Noale, che aveva sporto denuncia. A seguito delle indagini della procura di Venezia erano stati incolpati Marco Levacovic, 49enne di Treviso, e il figlio minorenne di lui. La notizia è riportata da TrevisoToday.

Marco, ritenuto il mandante del raid incendiario, era stato anche condannato in primo grado a 1 anno e otto mesi ma ieri mattina il tribunale delle Corte d'Appello di Venezia lo ha scagionato completamente dalla vicenda. Il motivo? Le telefonate intercorse tra i due quella notte, che secondo il tribunale lagunare provavano il fatto che Marco Levacovic guidava le azioni del figlio minorenne, presente sulla scena del crimine, erano state fatte «per mettersi in contatto con un ragazzo minorenne che non tornava a casa a notte fonda».

La storia risale al 21 gennaio del 2014. Dopo aver avuto una accesa discussione con i Levacovic per la posizione del banchetto mobile che vendeva cibo nella zona della "fonderia", al tempo patria della movida trevigiana, la sera l'uomo torna a casa a Noale e parcheggio il mezzo. Ma in piena notte viene svegliato da rumori e scopre che qualcuno ha appiccato il fuoco. Le indagini si indirizzano subito sui Levacovic e in particolare su Marco. Che però in quel periodo è agli arresti domiciliari. Le ricerche delle forze dell'ordine prendono allora in esame il figlio minorenne e scoprono che in effetti il suo cellulare aggancia delle celle in prossimità di Noale, compatibili con la zona in cui è stato incendiato il camioncino.

I riscontri ulteriori mettono in evidenza che il padre risulta confinato nella casa di via Bindoni a Treviso ma che nella fascia oraria in cui è stato appiccato l'incendio vi sono diverse chiamate fra le due utenze. «La prova - argomentano in procura - che Marco stava guidando l'azione, che era in contatto con il figlio». In secondo grado il legale dell'imputato, l'avvocato Andrea Zambon, ha invece replicato che «è normale per un padre essere preoccupato del figlio a una certa ora della sera. Quelle telefonate non provano nulla se non i contatti di un uomo che voleva sapere dove fosse il suo ragazzo, peraltro al tempo minorenne, a cui ha telefonato più volte per dirgli di andare a casa». Tesi accolta dai giudici, che sono giunti alla sentenza di assoluzione.

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