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Giovedì, 30 Maggio 2024
Cronaca Eraclea

Venti condanne in Appello nel processo ai casalesi di Eraclea

Ridotte le pene per 8 imputati, due assoluzioni. Condannato anche l'ex vicesindaco Teso. I giudici confermano il "sistema camorra" che si era insinuato nel tessuto economico del Veneto orientale

Venti condanne, un'assoluzione ed una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione: questa la sentenza della Corte d'Appello di Venezia nei confronti di 22 imputati coinvolti nell'inchiesta che ha fatto luce sugli affari della cellula del clan dei Casalesi, facente capo a Luciano Donadio (a processo con rito ordinario), attiva nella zona di Eraclea.

I giudici hanno rideterminato la pena nei confronti di Girolamo Arena, condannato a 5 anni e 4 mesi; Nunzio Confuorto condannato a 8 anni e mezzo; Antonio Cugno condannato a 5 anni e 2 mesi; Fabrizio Formica condannato a 2 anni e 2 mesi con l'assoluzione per il reato di associazione di stampo mafioso; Valentino Piezzo condannato a 4 anni e 5 mesi; Christian Sgnaolin, ritenuto dagli inquirenti il braccio destro del boss Donadio, condannato a 5 anni e 8 mesi; l'ex vicesindaco di Eraclea Graziano Teso condannato a 3 anni e un mese; Amorino Zorzetto, condannato a 2 anni. Assolta, come da richiesta della Dda, Daria Poles, mentre i giudici hanno dichiarato la prescrizione del reato contestato all'avvocato penalista Annamaria Marin, con esclusione dell'aggravante di cui all'articolo 416 bis. 

Confermate le pene inflitte in primo grado, invece, per Antonio Basile (12 anni); Saverio Capoluongo di Casal di Principe (3 anni e 8 mesi); Vincenzo Chiaro di Castel Volturno (6 anni e 8 mesi); Ennio Cescon (4 anni e 8 mesi); Giacomo Fabozzi, di Aversa, residente ad Eraclea (10 anni); Slavisa Ivkovic (3 anni); Tommaso Napoletano di Capua (9 anni); Berardino Notarfrancesco (8 anni e 6 mesi); Moreno Pasqual (5 anni); Antonio Puoti di Aversa (6 anni e 6 mesi); Salvatore Salvati (3 anni e 8 mesi); Francesco Verde (6 anni e 6 mesi).

La corte, presieduta da Carlo Citterio, ha disposto la revoca delle misure cautelari in atto nei confronti di Formica, Salvati, Ivkovic, Cescon e Piezzo. Nel collegio difensivo sono stati impegnati, tra gli altri, gli avvocati Giuseppe Brollo, Mirella Baldascino, Mariarosaria Salvati, Boscoso, Balduzzi, Grasso, Muzzu e Sforza.

L'inchiesta riguardava le attività criminali dell'organizzazione, guidata da Luciano Donadio e Raffaele Buonanno (entrambi a processo con rito ordinario), che si era insediata nel Veneto dagli anni '90 andando a rilevare le attività che erano sotto l'egemonia della Mala del Brenta. In questo modo il gruppo legato al clan dei Casalesi, fazione Bidognetti, era riuscito a conquistare il controllo del tessuto economico del Veneto orientale, dall'edilizia alla ristorazione, oltre ad imporre un "aggio" per il narcotraffico e lo sfruttamento della prostituzione, con le ragazze che venivano assunte in aziende di comodo facenti capo a Donadio o a suoi prestanome.

L'organizzazione criminale, dedita all'usura ed all'estorsione, avrebbe destinato, secondo gli inquirenti della Dda, parte dei proventi illeciti per sostenere i carcerati di alcune famiglie storiche del sodalizio Casalese. Tra gli episodi emersi durante le indagini, durate circa un ventennio, anche bombe e spari per convincere gli imprenditori a pagare e far comprendere loro che con la camorra, anche in Veneto, non si scherzava.

L'articolo originale su CasertaNews.

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