Il gruppo di criminali smascherato dalla giovane Sinti vittima di violenza

È stata la nuora dei due capi banda, poco più che ventenne, a denunciare le violenze e ricostruire le attività criminali di una famiglia Sinti di Cavarzere e di un ricettatore marocchino

Il nome dell'operazione, "Revenge", non è stato scelto a caso. La vendetta è quella di una giovane Sinti, vittima di maltrattamenti in famiglia, pestaggi e insulti ripetuti nel tempo, che ha permesso ai carabinieri di Venezia di tracciare l'attività criminale della famiglia acquisita, residente a Cavarzere, e stringere le manette ai polsi a 8 persone e indagarne altre 15 per furto aggravato, ricettazione, maltrattamenti, lesioni personali. Ad essere arrestati, nello specifico, sono stati 7 componenti della famiglia, di cui 3 donne residenti tra Cavarzere, Mestre e Verona, e 1 cittadino marocchino di Noventa Padovana che ricettava la merce e la destinava in Marocco.

Le violenze

La giovane aveva cominciato la convivenza con il marito nel 2015: una relazione lunga tre anni che aveva portato alla nascita di 2 figli. A marzo 2018 risale poi la decisione della giovane di scappare dall'abitazione familiare, il campo Sinti, poiché incapace di tollerare ancora le violenze fisiche alla quale era sottoposta continuamente dal compagno e dai membri della sua famiglia. Tra i tanti episodi, la donna avrebbe spiegato agli inquirenti di essere stata vittima di una grave violenza nel 2017, quando era in attesa del secondo figlio e il marito, ubriaco, le avrebbe sferrato un violento calcio alla pancia oltre a diversi pugni al volto. La donna avrebbe cominciato a sentirsi male, ma nessuno della famiglia si sarebbe fatto carico di portarla all'ospedale per evitare guai con la giustizia. Solo dopo alcuni giorni di malessere, la donna è stata portata all'ospedale e ricoverata per il rischio di parto prematuro. Le indagini avrebbero permesso di risalire anche ad altri due accessi ravvicinati della donna all'ospedale di Adria (Rovigo) pochi mesi più tardi: in entrambe le circostanze i medici avevano riscontrato la minaccia di parto prematuro.

La fuga dal campo Sinti 

Ma le violenze fisiche, come spiegato dalla donna ai militari, erano continue. Veniva spintonata da parte di marito e suoceri perché non si dedicava agli illeciti; veniva criticata per come viveva o si vestiva. Era picchiata, isolata e minacciata di non abbandonare la casa familiare, pena la morte. Quando ha trovato la forza di reagire alle minacce, ha deciso di scappare. La fuga avrebbe generato alta tensione nella famiglia acquisita, ma anche in quella di origine. In particolare, il padre l'aveva definita «una mangia morti, l'offesa peggiore che possa essere attribuita a un nomade».

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Da qui, la ragazza ha cominciato a collaborare con le forze dell'ordine e tracciare tutte le attività criminali del gruppo, dando il la alle indagini. Le attività di riscontro e le intercettazioni hanno permesso ai militari di mappare tutte le basi operative e individuare nei due suoceri della ventenne i vertici di un'associazione che in oltre 100 episodi di furto e rapina registrati avrebbe accumulato refurtiva per oltre mezzo milione di euro.

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