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Grandi navi, Venis Cruise 2.0 ricorre al Tar contro il Comitatone e le crociere a Marghera

Duferco e De Piccoli, promotori del progetto di attracco al Lido (fuori dalla laguna), chiedono al tribunale di annullare la decisione del ministero: "La nostra è l'unica proposta che ha superato la Via"

Duferco Italia Holding s.p.a. e DP Consulting s.r.l. hanno presentato ricorso al Tar del Veneto contro il "Comitatone" e l’Autorità portuale veneziana. Le due società, promotrici del progetto Venis Cruise 2.0, chiedono l’annullamento dell’atto assunto il 7 novembre 2017 e comunicato lo stesso giorno alle società ricorrenti dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti (Mit): si tratta del documento con cui viene individuata nella zona industriale di Marghera (canale Nord, sponda Nord, con accesso dalla bocca di Malamocco) la soluzione definitiva per l’accosto delle grandi navi in laguna. Nel ricorso si chiede anche l’annullamento dell’analisi multicriteria delle alternative per la crocieristica a Venezia elaborata dall’Autorità di sistema portuale e trasmessa al Mit in settembre.

"Troppe criticità a Marghera e nel canale dei Petroli"

Il progetto Venis Cruise 2.0, di fatto, prevede che le navi restino al di fuori della laguna grazie alla costruzione di un nuovo terminal per l'ormeggio alla bocca di porto del Lido. In un comunicato congiunto, le società si dicono “stupite dalla proposta del Comitatone di localizzare il terminal per due navi in un’area industriale a ridosso della raffineria Eni e dell’isola dei Petroli". E aggiungono: "La Commissione Via (valutazione di impatto ambientale), la capitaneria di porto e la stessa Autorità portuale hanno evidenziato in più occasioni le criticità della zona di Marghera in termini di accessibilità nautica attraverso la bocca di Malamocco e il canale dei Petroli. Ma soprattutto la proposta è in aperto contrasto con le determinazioni assunte nell’atto di indirizzo deliberato dal Comitatone della seduta dell’8 agosto 2014".

"Unico ad aver superato la valutazione ambientale"

"Il documento - spiegano - definiva il percorso autorizzativo per l’individuazione, da parte dell’Autorità marittima, della via navigabile alternativa, a seguito del pronunciamento del Senato a favore della comparazione delle diverse soluzioni, delle disposizioni del Mit per la raccolta e comparazione dei progetti, della conferenza Stato-Regioni con l’inserimento in legge obiettivo degli interventi". Di conseguenza Duferco e De Piccoli avevano presentato il loro progetto preliminare al Mit, in previsione di una valutazione preliminare di scoping e successivamente con l’istanza di Via, previo consenso degli uffici competenti dei due ministeri. "Lo dimostreremo - dicono - nell’udienza del Tar del Veneto del 7 febbraio". In pratica le due società ritengono che, al contrario di quanto sostenuto dal Comitatone, la soluzione alternativa a Marghera e al canale dei Petroli c'era, e aveva già il parere positivo della commissione Via. "Con la trasmissione del decreto di compatibilità ambientale al Mit la procedura si può ritenere positivamente conclusa e l’Autorità competente avrebbe dovuto dar seguito con l’approvazione della soluzione". “Ignoriamo i motivi che hanno indotto il ministero ad interrompere l’iter su Venis Cruise 2.0 - concludono le società - e a sottoporre al Comitatone la scelta di Marghera. Di certo non si è voluto prendere atto che dopo la bocciatura del Contorta l’unico progetto rimasto in campo che ha superato la procedura di Via è il Venis Cruise 2.0. Si è invece deciso di avviare un nuovo percorso di cui non sono certi gli esiti, arrecando un danno evidente ai legittimi interessi maturati dalle nostre società che hanno profuso notevoli risorse professionali ed economiche”.

Contestata l'analisi dei progetti

Per quanto riguarda l’analisi multicriteria, ecco i motivi della richiesta di annullamento: "Lo studio è stato elaborato da un soggetto diverso da quello individuato dal decreto Clini-Passera, che ha attribuito all’Autorità marittima, e non all’Ente portuale, il compito di individuare vie alternative a quelle vietate; lo studio avrebbe dovuto essere condotto sulla base di criteri preventivamente individuati dall’Autorità politica a livello governativo e in mancanza di questi si sarebbe dovuto far riferimento a quelli indicati dal Senato il 6 febbraio 2014, il che non è avvenuto; lo studio non dà adeguata valorizzazione all’aspetto della tutela ambientale che avrebbe dovuto rappresentare il principale termine di riferimento; lo studio si basa su presupposti di partenza errati mettendo a confronto proposte completamente disomogenee tra loro e quindi non confrontabili".

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