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Ritorno a casa di Gianluca Salviato Emozioni, lacrime: "Viva l'Italia" VD

Domenica sera prima l'arrivo alla stazione di Mestre, poi l'ingresso in casa a Trebaseleghe: "Ho pregato tanto. Ringrazio tutti. Siete fantastici"

C'erano tutti. C'erano i giornalisti per documentare l'evento, c'era il sindaco di Trebaseleghe, c'era soprattutto quel tricolore stretto in pugno a simboleggiare la volontà di ringraziare uno Stato che ha lavorato mesi per riportarlo in quella villetta del Padovano da dove mancava da otto lunghi mesi. Per un giorno Martellago, il paese d'origine di Gianluca Salviato, e Trebaseleghe, dove ora risiede, sono state le capitali d'Italia.

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Il centro dell'attenzione di un Paese che dalle massime cariche nazionali a quelle locali ha potuto vivere una domenica di gioia per quell'ingegnere sequestrato da un commando in Libia, lasciando l'insulina nell'auto. I famigliari avevano subito rivolto un appello ai rapitori: "Dategli le medicine". La paura di non rivedere più il loro congiunto. Ora, invece, sul vialetto di casa Salviato può parlare a favore di telecamera: "Ho pregato tanto", spiega. L'emozione che pervade i vicini di casa che gli urlano "sei a casa!". E' stato uno dei giorni più lunghi della sua vita, un giorno scandito da ripetuti e sentiti "viva l'Italia".

L'ultimo Gianluca lo urla prima di aprire la porta d'ingresso della sua casa e tornare alla quotidianità. Una quotidianità così tremendamente preziosa: "Solo lavarsi i denti e respirare l'aria mi sembra la cosa più bella della vita - aveva confessato poche ore prima all'amico Raffaele Speranzon, assessore alla Cultura della provincia di Venezia - ieri mattina ero ancora circondato da 20 carcerieri dentro una stanzetta". Anche in tarda serata l'ingegnere non smette mai di ringraziare: "Devo tutto agli uomini della Farnesina e coloro che mi sono venuti a prendere - dichiara - Ringrazio anche gli uomini dei servizi libici, che hanno fatto tanto per me. Alla Farnesina mi hanno confidato di aver lavorato per me per mesi. Hanno un cuore grande così. Grazie a tutti, vi voglio ringraziare tutti". Una vicenda che si conclude con le due dita alzate in segno di vittoria, una vittoria suggellata da un tricolore agitato sulla testa di chi, stavolta, si è sentito orgoglioso di essere italiano.

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Ha voluto subito la bandiera tricolore alla finestra di casa sua. L’ha chiesto appena arrivato a Roma, perché mai come in questo momento si è sentito “fiero di essere italiano”: le sue dichiarazioni rivelano tutta la gioia e l’entusiasmo di un uomo che è tornata a casa dopo otto mesi di prigionia, ma soprattutto la gratitudine nei confronti delle istituzioni che hanno permesso la sua liberazione.

All’arrivo alla stazione di Mestre, domenica alle 22.45, il tecnico di Martellago ha ribadito la sua riconoscenza nei confronti del governo, della Farnesina e dei servizi segreti, che lo hanno reso fiero della sua nazione perché sono “uomini che non ci abbandonano mai, hanno un cuore grandissimo”. Ad accogliere la sua gioia c’erano familiari e amici, a cui ha raccontato di essere stato rapito da fondamentalisti islamici e di essere stato trattato bene, di aver ricevuto anche i medicinali che chiedeva.

Ma è stata dura. Salviato ha temuto il peggio, rinchiuso per otto lunghi mesi in un appartamento sotto il controllo di uomini incappucciati che dicevano di essere mujahidin. Ha continuato a pregare, senza mai perdere la fiducia in coloro che stavano cercando di riportarlo a casa, finché, sabato pomeriggio, qualcuno è entrato nell’appartamento urlando: “free free, yalla yalla”. Poi il viaggio fino a Derna, dove lo attendeva il capo dei servizi segreti che lo ha fatto salire in aereo per il ritorno in Italia

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