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Salviato rivive l'incubo della sua prigionia: "Tra rapiti siamo quasi come fratelli"

Destini diversi per i quattro rapiti in Libia, due uccisi e due tornati in Italia. Il tecnico originario di Martellago ricorda "Quando sei lì sai che la morte può arrivare da un momento all'altro"

Se una parola può descrivere questi giorni, per Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, è libertà: quella stessa sensazione che Gianluca Salviato, tecnico italiano rapito in Libia il 22 marzo del 2014 e liberato il 15 novembre dello stesso anno, può dire di aver davvero assaporato. Sono giorni in cui rivive il momento del ritorno alla sua normale esistenza, ma anche gli otto mesi vissuti nell'incubo della prigionia dei terroristi. La paura, la coscienza che la morte può arrivare in ogni momento, ciò che invece è accaduto a Fausto Piano e Salvatore Failla. Per loro, come Pollicardo e Calcagno erano dipendenti della società di costruzioni Bonatti, le cose sono andate diversamente: sono stati uccisi la settimana scorsa durante uno scontro a fuoco a Sabratha, in Libia.

"Per me, per mia moglie, la notizia della loro morte è stata terribile - spiega Salviato - Perché queste tragedie le viviamo dal di dentro. Chi ha vissuto questa esperienza sa che cosa hanno provato loro, cosa stanno provando le loro famiglie. Quando sei là, nelle mani dei terroristi, sai che puoi morire da un momento all’altro. Sai che possono entrare e ucciderti. Le stesse terribili sensazioni le abbiamo provate quando hanno ucciso Giulio Regeni, quando è morto Giovanni Lo Porto. Ma anche quando è avvenuto l'attacco al Bataclan, per Valeria Solesin e per tutte quelle vittime".

SALVIATO RACCONTA L'INCUBO: PENSAI DI MORIRE

Sollievo invece per Pollicardo e Calcagno, che sono riusciti a raggiungere la libertà da soli, anche loro dopo otto mesi di paura e maltrattamenti: "Sono stati forti e coraggiosi - commenta Salviato - Hanno subìto botte e vessazioni, sono cose terribili che ti segnano per la vita. Siamo contenti per loro e per le loro famiglie, ma c'è tanta amarezza perché speravamo che tornassero tutti insieme. Avevamo la sensazione che potesse andare così. Quando ho visto l'abbraccio con i loro cari ho avuto i brividi. Ho ricordato i momenti in cui ho rivisto mia sorella, mia madre, quando sono tornato alla vita. Quella volta ho imparato ad apprezzare la libertà, noi pensiamo che sia una cosa dovuta e invece va coltivata e difesa, guadagnata giorno per giorno. Non bisogna farsela togliere, anche se ci stanno provando".

"Forse più avanti ci metteremo in contatto con le famiglie dei rapiti - conclude - Per ora il dolore è troppo grande. Abbiamo avuto contatti con tutti coloro che hanno vissuto qualcosa di simile, con Francesco Scalise e Luciano Gallo, con Greta e Vanessa. Esperienze del genere creano un legame forte, è quasi come essere fratelli".

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