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Continua la mobilitazione dei lavoratori Eni: venerdì otto ore di sciopero e tutti a Roma

Astensione dal lavoro per i dipendenti del gruppo, manifestazione nella capitale per far sentire la propria voce al governo. Fronte sindacale unito, partecipazione massiccia

La mobilitazione prosegue, la posta in gioco resta alta: il futuro della chimica industriale non solo veneziana ma dell'intera penisola, con la prospettiva del ridimensionamento o dell'azzeramento di una grossa fetta del settore industriale made in Italy. "La chimica dell'Eni non può essere venduta a chicchessia - è l'appello dei sindacati - Rimanga italiana, per il bene del Paese. Intervenga il Fondo strategico della Cassa Depositi e Prestiti". Così i lavoratori di Filctem-Cgil, Femca-Cisl, Uiltec-Uil hanno aderito allo sciopero di otto ore con assemblea e manifestazione a Roma di venerdì 19 febbraio. Appuntamento in piazza Santi Apostoli a partire dalle 10, con tanti lavoratori provenienti anche da Porto Marghera. Bandiere, striscioni e slogan. Contemporaneamente a Porto Marghera i lavoratori hanno fatto volantinaggio in strada per sensibilizzare i cittadini davanti agli ingressi degli stabilimenti, soprattutto in corrispondenza del 9.

Con il corteo di Roma i rappresentanti del gruppo vogliono far sentire la propria voce al governo, chiamato a far luce sulla possibile cessione di Versalis e Saipem. Dal palco Susanna Camusso, segretario della Cigil, proclama: "Per tanti anni gli investimenti li abbiamo potuti avere perché Eni è un'azienda partecipata dello Stato e faceva parte della politica industriale. Il presidente del Consiglio quale politica industriale ha in mente se il primo che passa per strada può comprarsi i nostri gioielli?". "Il divorzio dell'Eni dalla politica industriale del nostro Paese è inaccettabile”, dichiarano all'unisono i sindacati. "Il disegno del gruppo - polemizzano i sindacati - resta sostanzialmente quello prospettato nel 2015: consolidare ed estendere le proprie attività di core business fuori dall'Italia ridimensionando il perimetro delle attività domestiche, a partire dalla dismissione della chimica e di Gela, dalla progressiva riduzione della capacità di raffinazione, alla cessione di Saipem e Gas&Power, veri e propri gioielli dell'industria italiana. Avvertiamo - continuano - una sottovalutazione politica, quando non superficialità, dell'impatto delle decisioni Eni sul Paese".

Sono più di sessant'anni, dal 1953, che Eni rappresenta un patrimonio di capacità industriale ed economica, di competenze professionali, di conoscenze tecnologiche innovative nei processi produttivi, oltre ad essere  portatore di grandi responsabilità nel recupero di compatibilità ambientali che questo paese non può assolutamente permettersi di perdere: “Tutto questo – insistono convinti i sindacalisti – non può essere delegato a soggetti diversi dalla gestione pubblica”.

Buona parte della politica locale, a partire dalla Regione Veneto, ha già espresso il proprio appoggio alle ragioni dei lavoratori, e la pressione perché il governo intervenga è bipartisan. Venerdì interviene Davide Zoggia, parlamentare Pd: "Porto Marghera va riconvertita ma non svenduta. E soprattutto la chimica non può sparire dall'area veneziana. Il Veneto e l'Italia non possono rinunciare assolutamente a questa industria strategica per la nostra economia. Esprimo piena solidarietà a tutti i lavoratori che stanno scioperando: il governo deve dire senza indugi se valuta questo settore ancora cruciale e quindi chiedere a Versalis quali siano le sue reali intenzioni. Smantellare un comparto le cui produzioni sono ancora richieste in tutto il mondo vuol dire pregiudicare il futuro occupazionale del nostro sistema Paese, perché non si danneggia un solo settore ma l'intera filiera delle produzioni".

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