Aiuti a 1.645 imprese veneziane, multa di trenta milioni all'Italia

L'Unione Europea ha dichiarato illecito il mancato recupero di sgravi fiscali tra il 1995 e il 1997. Le sanzioni saranno aggravate in caso di ritardi

La Giudecca, sede dell'hotel Cipriani

C'è anche il celebre hotel Cipriani, tra le aziende che negli anni '90 beneficiarono di aiuti statali ora considerati illegali e quindi sanzionati dall'Unione Europea. La corte di giustizia europea ci è andata giù pesante, contro l'Italia, per il mancato recupero di riduzioni e sgravi fiscali concessi tra il 1995 ed il 1997, per un totale di circa 114 milioni di euro. Sgravi che ora sono stati giudicati come aiuti di Stato nei confronti di 1.645 imprese di Venezia e Chioggia. I giudici di Lussemburgo hanno inflitto una multa forfettaria di 30 milioni di euro, da pagare immediatamente. Ma la stangata rischia di diventare anche più pesante, visto che sono previsti altri 12 milioni di euro per ogni ulteriore semestre di ritardo, a decorrere dal 17 settembre e finché non sarà recuperata l'intera somma.

Il problema rilevato è che le riduzioni e gli sgravi degli oneri sociali vennero concessi per la "peculiare localizzazione" di tutte le imprese, indipendentemente dalle loro singole caratteristiche: degli "sconti" approfittarono quindi sia aziende come la municipalizzata dei trasporti (per la quale infatti gli aiuti sono stati considerati legittimi), sia consorzi di servizi o grandi alberghi storici, come appunto il Cipriani. Conti alla mano, le riduzioni ammontarono a 37,7 milioni all'anno anno suddivisi tra 1.645 imprese, mentre gli sgravi erano di 0,293 milioni all'anno suddivisi tra 165 aziende.

La controversia va avanti da più di 15 anni: la commissione impose all'Italia il recupero degli aiuti già il 25 novembre 1999, mentre l'anno successivo vennero presentati 59 ricorsi al tribunale Ue, 28 dei quali vennero giudicati irricevibili. Per i restanti vennero scelte quattro cause pilota (tra cui quella del Cipriani), che vennero giudicate infondate nel 2008. Tre anni dopo la Corte respinse l'appello, confermando la sentenza del tribunale. Nel frattempo, nel 2009, la commissione ha presentato un ricorso per inadempimento contro l'Italia avendo constatato che non era stata avviata la procedura per il recupero degli aiuti, né era stata fatta l'insinuazione di credito nei casi dei fallimenti.

Con la sentenza del 17 settembre 2015 la Corte ha accertato che l'Italia è nuovamente venuta meno all'obbligo di recupero, visto che alla data del 21 gennaio 2013, scadenza del termine stabilito nella lettera di diffida inviata all'Italia, gli aiuti non erano stati ancora recuperati integralmente. I giudici hanno bocciato tutte le giustificazioni addotte dall'Italia e, considerati i 38 milioni di aiuti ancora da recuperare (33, secondo l'Italia), hanno deciso di imporre la multa di 30 milioni. Non solo: i giudici hanno ritenuto opportuno anche stabilire la penalità di 12 milioni per ogni semestre di ritardo nell'esecuzione della sentenza: questo perché la Corte ha osservato che l'Italia è già stata oggetto di numerose sentenze per inadempimento a causa dei recuperi tardivi, e la multa è quindi necessaria come misura dissuasiva allo scopo di "garantire la prevenzione della reiterazione futura di analoghe violazioni del diritto dell'Unione Europea".

Sulla questione interviene con toni polemici il presidente dell'assemblea regionale siciliana, Giovanni Ardizzone: "Tutti gli italiani, e quindi anche i siciliani, dovranno mettere di nuovo mano in tasca - spiega - per pagare l'ennesima multa inflitta al nostro Paese per finanziamenti europei, considerati illegittimi e incompatibili, a migliaia di imprese del Veneto. L'atteggiamento di superiorità, con continui e ripetuti attacchi al Mezzogiorno da parte di esponenti politici del nord-est, frana nuovamente di fronte a dati inconfutabili circa le violazioni del diritto dell'Unione europea". "Allora non è vero - continua Ardizzone - che le imprese del nord non hanno mai avuto aiuti e finanziamenti e che quindi lo sviluppo dell'occupazione in quelle zone si deve solo ai virtuosi imprenditori che hanno investito risorse proprie. Altro che Roma ladrona e sud sprecone e assistenzialista. Come direbbe il buon Totò: ma mi facciano il piacere". Ardizzone era già stato protagonista di un botta e risposta con la Lega in luglio, quando accusò il Veneto di essere la regione "in cima alla classifica per evasione fiscale e per le tante multe che l'Italia è stata costretta a pagare all'Unione Europea per lo sforamento delle quote latte da parte degli allevatori locali". L'occasione era quella del tornado abbattutosi sulla Riviera del Brenta, in seguito al quale aveva commentato: "I leghisti hanno ormai superato ogni limite: prima facevano politica sfruttando le disgrazie altrui, adesso anche le proprie".

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"Era una sentenza annunciata - commenta invece Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia - Conseguenza dell'errore fatale fatto dallo Stato Italiano nel 1997, quando, a valle della decisione di estendere alle imprese lagunari l'applicazione del regime di sgravi contributivi di cui erano già beneficiarie altre aree italiane, mancò di notificare formalmente la misura adottata". "Quegli aiuti avevano una logica corretta - continua - Le imprese veneziane hanno infatti beneficiato di sostegni sul costo del lavoro per compensare in parte l'onere di operare in un contesto riconosciuto come disagiato". Una vicenda, conclude Zoppas, che ha portato a un epilogo penalizzante per le aziende lagunari, che da parte loro dovranno pagare a Equitalia la quota capitale, subendo ingenti ed inevitabili ripercussioni sotto il profilo economico ed occupazionale.

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