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Guardia penitenziaria, la vicinanza dei colleghi: "Troppo stress nel nostro lavoro"

La donna si è sparata alla testa martedì, al termine dell'orario di servizio a Venezia. Cosp e Ugl denunciano una "situazione di concreto disagio lavorativo per gli agenti del Corpo"

Non è dato sapere, per ora, se il gesto della guardia carceraria che si è sparata martedì a Venezia sia collegato in qualche modo al mestiere che svolge. Sulla vicenda, però, i sindacati di polizia Cosp e Ugl hanno ritenuto di esprimere la propria opinione denunciando il "concreto disagio lavorativo" in cui verserebbe il Corpo della polizia penitenziaria e l'"insopportabile solitudine psicologica che annienta le speranze" degli agenti. La donna, 28 anni, ha rivolto l'arma contro di sé verso le 11.30, mentre si trovava in ascensore all'ospedale Civile di Venezia per sorvegliare la visita di una detenuta.

"Non nascondiamo la nostra profonda amarezza, il disagio, il dispiacere - scrive in una nota Domenico Mastrulli, segretario nazionale del Cosp -  Auspichiamo che la nostra collega possa superare e possa farcela. Ci sentiamo a lei vicini e ci stringiamo al suo dolore. Le chiediamo con un altro gesto ancor più coraggioso e pieno di vita di resistere e superare questa grande criticità". "Restano ancora inspiegabili le ragioni del gesto - continua - Ma al di là di ogni considerazione, quello della polizia penitenziaria resta un lavoro sottoposto a stress. Nulla da collegare con l’evento, un lavoro pieno di criticità e difficoltà, un lavoro che certamente non è comune a tutti i restanti lavori". "L’agente - si legge - di origini calabresi, 28 anni, proveniente da ultimi recenti corsi di formazioni e assunzioni nel Corpo della polizia penitenziaria, è una ragazza piena di vita e di aspirazioni professionali che certamente non possono e non devono interrompersi oggi nel modo più disperato. Restiamo tutti vicino alla nostra collega e per lei pregheremo affinché la vita trionfi".

"Un ennesimo tragico evento - commenta invece Valentina Carboni, coordinatrice nazionale dell'Ugl polizia penitenziaria donne - Quanto dolore, quanta disperazione provava questa giovane poliziotta? L'extrema ratio del fine vita è una tragedia vivida che colpisce troppo frequentemente i poliziotti penitenziari assoggettati ad un'insopportabile solitudine psicologica che annienta le speranze. Uomini e donne che hanno bisogno di essere ascoltati, sostenuti nelle loro personali ed esistenziali problematiche, persone che hanno maggiormente bisogno di essere aiutati a riscoprire dentro se stessi nuove modalità risolutive ai propri dolori perché il fine vita autoindotto non è mai una decisione improvvisa, ma il risultato di una concatenazione di cause interne ed esterne prodotte da innumerevoli ragionamenti che nell'individuo solo non trovano risoluzione. Poliziotti che hanno bisogno di aiuto per superare la loro silenziosa disperazione, che vengano assistiti nell'elaborazione delle condizioni interne ed esterne di dolore per trovare in sé una nuova speranza".

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