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Reclutava aspiranti terroristi in tutto il nord Italia, macedone fermato a Mestre

Si occupava di trovare possibili combattenti da affidare poi all'imam Bosnic. Volevano costituire uno Stato islamico nei Balcani: "Indagini su possibili altri foreign fighters"

Era l'anello di congiunzione mancante, personaggio chiave che fungeva da tramite tra un imam già noto alle forze dell'ordine (e alle cronache) e gli aspiranti combattenti per la jihad. Per lui il fermo è scattato venerdì in caserma a Mestre, ma il suo territorio di competenza era ben più ampio: in tre anni di indagini i carabinieri del Ros hanno ricostruito i suoi spostamenti in tutto il nord Italia, a dimostrazione che l'attività di proselitismo nelle file del fondamentalismo islamico è ben presente e radicata anche da noi. È stato fermato, su disposizione della Procura di Venezia, Ajhan Veapi, macedone di 37 anni domiciliato nel Pordenonese, indagato per arruolamento con finalità di terrorismo, anche internazionale: l'uomo avrebbe reclutato aspiranti mujaheddin che un imam bosniaco, Hussein Bosnic, avrebbe successivamente radicalizzato, arruolato nell'Isis e avviato verso i teatri di guerra mediorientali. Tre i casi accertati, ma il Ros sta indagando su possibili altri foreign fiighters che potrebbero aver lasciato il territorio nazionale preferendo la Jihad. Gli aspiranti terroristi venivano affidati al religioso che si occupava del loro arruolamento tra le fila dell'Isis e del loro espatrio verso le aree di guerra: la presenza di quest'ultimo in Italia è stata registrata in un centro di preghiera a Belluno fin dal 2013. Il suo progetto era la costituzione di uno stato islamico in Bosnia. Ora si trova in carcere a Sarajevo, con una condanna a nove anni.

Il macedone, domiciliato in provincia di Pordenone, è quindi considerato un reclutatore di alto livello, punto di riferimento per Bosnic. Secondo gli investigatori Veapi si muoveva in tutto il Nordest (e non solo) per fare proselitismo: gli approcci di solito nell'ambiente jihadista avvengono per la grande maggioranza via web, ma in questo caso sono stati documentati reclutamenti "di prossimità", ossia contatti diretti. Veapi secondo gli inquirenti era una sorta di "ambasciatore" dell'imam Bosnic. Aveva il compito di scovare figure che potenzialmente avrebbero potuto abbracciare la causa islamista. Lo scopo era convincere gli "obiettivi" designati non solo ad abbracciare questa forma oltranzista di lotta, ma anche di lasciare il territorio e partecipare attivamente alle operazioni all'estero. L'uomo alle prime luci dell'alba è stato individuato nel suo domicilio a Tiezzo di Azzano Decimo (Pordenone) e portato a Mestre, dove è stato eseguito il decreto di fermo. C'era infatti pericolo di fuga: entro pochhe ore sarebbe partito per la Serbia, da parenti, per poi dirigersi in Germania. C'era il rischio di vanificare tre anni d'indagini. Per questo gli inquirenti sono stati costretti a scoprire parte delle carte in loro possesso. L'abitazione è stata perquisita da cima a fondo, e ora le indagini continuano per analizzare tutto il materiale (anche informatico) sequestrato.

L'indagine ha consentito di documentare la partenza dall'Italia verso la Siria di tre foreign fighters: si tratta - riferiscono gli investigatori - di tre cittadini macedoni e bosniaci, due dei quali sarebbero stati uccisi combattendo tra il 2013 e il 2014 mentre il terzo si troverebbe tuttora nelle zone di guerra.

Le indagini dei carabinieri hanno avuto un impulso con la vicenda di Ismar Mesinovic, il bosniaco che risiedeva nel Bellunese, ucciso in Siria nel gennaio 2014 (partì dal Bellunese il 15 dicembre 2013 con il figlio di 2 anni, per poi trovare la morte poco dopo), e hanno portato già a tre decreti di espulsione nei confronti di uomini considerati pericolosi per le loro posizioni radicali. Lo scorso maggio, così, il Ros ha eseguito a Pordenone il decreto di espulsione a carico del macedone Arslan Osmanoski, nella cui abitazione era stato trovato materiale di stampo jihadista, accusato di avere un ruolo in questa filiera di reclutamento. Un altro provvedimento era destinato a un cittadino marocchino, Jaffar Anass, già residente nel Bellunese e autore di commenti su Facebook inneggianti alla Jihad e agli attentatori di Charlie Hebdo, ma questi si sarebbe da tempo allontanato in Marocco.

Un altro macedone, Redjep Lijmani, che viveva a San Zenone degli Ezzelini, nel Trevigiano, è stato invece espulso all'inizio dell'anno perché accusato di essere inserito nello stesso giro "balcanico" caratterizzato da posizioni oltranziste di stampo wahabita. Nello scorso novembre il figlio di 8 anni aveva elogiato in classe i terroristi della strage di Parigi, inneggiando all'Isis e all'uccisione del Papa. Parole che avevano spinto la dirigente scolastica a segnalare il fatto.

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