Una domenica mattina al reparto malattie infettive di Venezia

I turni sono potenziati e le condizioni di lavoro complicate. Una testimonianza dagli operatori sanitari: «Per i ricoverati siamo noi l'unica finestra sul mondo»

Nel reparto di malattie infettive dell'ospedale Civile di Venezia, in questo periodo, si lavora a turni potenziati: il carico di lavoro è aumentato di tre, quattro volte rispetto ai periodi di normale attività. Operano tre infermieri per turno, anche di notte. «È aumentata la responsabilità ed è aumentata anche la tensione - dice la dottoressa Erika Morelli, in turno di domenica mattina -. Sentiamo di dover dare, anche di fronte a questo aumento dei casi, la stessa cura e la stessa assistenza a tutte le persone ricoverate».

Il periodo di degenza, nelle stanze isolate delle malattie infettive, può essere difficile per i pazienti, spesso anziani, che hanno contratto il coronavirus: «Ci vorrebbero sempre in stanza con loro - racconta Morelli - per alleviare la solitudine che li prende. Siamo il loro contatto con il mondo di fuori e con i familiari, che non possono accedere al reparto». Per questo il personale si dedica anche ai contatti telefonici: «I familiari chiamano, chiedono, ringraziano. Si costruisce un rapporto intenso, mai fino ad ora abbiamo sentito chi telefona lamentarsi: al contrario, i familiari comprendono molto bene che ogni regola, ogni restrizione, è necessaria per il bene dei degenti, per garantire loro ogni possibile via di uscita dalla malattia».

La particolare situazione richiede procedure specifiche e complesse per entrare e uscire dalle stanze: «Ad ogni accesso - spiegano gli operatori - vanno indossati i presìdi anticontagio. Ad ogni stanza si accede attraverso un'anticamera in cui avviene ogni volta la vestizione e poi, uscendo, la svestizione. È un processo complesso, che non può essere ripetuto ogni volta che il paziente ci vorrebbe al suo fianco, ma secondo una precisa programmazione, anche perché è importante per noi utilizzare questi dispositivi di sicurezza in modo appropriato e senza sprechi».

E poi c'è "il casco": molti dei degenti hanno necessità di supporto per la respirazione, che in questo reparto è un ventilatore a pressione positiva che per forma e modalità d'uso viene chiamaro "casco". «È uno strumento meno invasivo rispetto ai respiratori che si utilizzano nelle terapie intensive - spiega Morelli - ma ad alcuni pazienti questo strumento dà un ulteriore disagio: si sentono isolati ancora di più e hanno una sorta di reazione claustrofobica. Quando entriamo, per il pranzo e per le operazioni di consueta igiene, per loro siamo noi il vero momento di respiro libero».

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«Guardiamo ai nostri degenti - spiegano le infermiere intorno alla dottoressa Morelli - come a persone che, in mezzo a questa emergenza, ci sono state affidate, e a noi si affidano. Siamo con loro, anche quando la situazione si aggrava ed è necessario trasferirli in terapia intensiva». L'eventuale passaggio alla rianimazione, ricorda l'Ulss, non è una sentenza: «Il paziente che passa al reparto intensivo è affidato a cure più forti, e necessarie: l'obiettivo è sempre restituire alla vita normale i pazienti che arrivano in ospedale, con ogni mezzo possibile». Una parte dei pazienti, superata la fase più critica in terapia intensiva, ritorna al reparto di malattie infettive. Alcuni, poi, dopo un certo periodo risultano non più positivi al Covid-19 e a quel punto vengono trasferiti in area medica, nei reparti "normali" come quelli di medicina o geriatria.

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