Economia

Indice della ripresa: aumenta il costo delle materie prime. «Le pmi soffrono»

Confapi Venezia: «Una delle maggiori difficoltà che le manifatturiere devono affrontare. C’è bisogno di un intervento del nostro governo nell’Unione Europea e di rilanciare l'Organizzazione mondiale del commercio»

Imprese, attività: immagine di archivio

Tra gli indicatori della ripresa, tanto desiderata, c'è l'aumento dei prezzi assieme al rilancio della produzione e del lavoro. Il costo delle materie prime segue la stessa tendenza con un effetto sugli oneri delle imprese, specie le più piccole. A dirlo è Confapi Venezia (Confederazione italiana della piccola e media industria) in base ai dati del Centro studi Confapi Nazionale: «si tratta una delle maggiori problematiche che le aziende manifatturiere devono affrontare, con disagi che si ripercuotono sino al consumatore finale».

Le grandezze

«A partire dal secondo trimestre 2020 il comparto delle materie prime ha fatto registrare dei vertiginosi aumenti di prezzo - afferma la Confederazione - L’indice Lme (London Metal Exchange) che raggruppa gli andamenti dei metalli non ferrosi, ha chiuso il 2020 con un rincaro del 52%, con il rame a +47%, il nichel a+51%, lo zinco a +51% e l’alluminio a +26%. Il primo quadrimestre dell’anno in corso, inoltre, ha visto un ulteriore aumento generalizzato del 22%. Il rame in particolare ha sfiorato il record dei 10,190 dollari a tonnellata raggiunto nel febbraio 2011. Circa il settore degli acciai, il maggiormente colpito, il ferro ha chiuso il 2020 con un rialzo di oltre il 70% rispetto ai minimi di marzo, per effetto della domanda infrastrutturale cinese. In accelerazione anche il prezzo del rottame ferroso balzato del 68%. Tutto questo apre la strada a importanti aumenti di prezzo da parte dei produttori di laminati».

Le cause

Sù di prezzo anche i carburanti. I polimeri per l’industria manifatturiera quali il butadiene, polyethilene e benzene, hanno riportato rispettivamente incrementi di prezzo del 700%, 150% e 290% dal 30 giugno 2020, in scia con il rialzo del prezzo del petrolio. Tra le cause: «le restrizioni lato offerta, con il rallentamento delle attività di estrazione, raffinazione e raccolta di rottame a causa del lockdown; la crisi dei container e della logistica, e il blocco del canale di Suez con l’incidente della Evergiven; le misure di salvaguardia della Commissione Europea per arginare la sovracapacità produttiva cinese dell’acciaio, con un meccanismo di contingentazione delle importazioni, risultato controproducente; l’aumento dei dazi in export di alcuni metalli dalla Cina, e la competizione tra Usa e Cina, con gli Stati Uniti che, per far fronte alla domanda interna, guardano all’Europa».

Le proposte

Secondo Confapi occorre controllare i produttori sul fronte antitrust e cartelli dei prezzi, ed eliminare le misure di salvaguardia all’importazione di prodotti siderurgici, oggetto di revisione in queste settimane dalla Commissione Europea. «È anche necessario un tavolo permanente di analisi e valutazione delle capacità di mercato dei produttori nell'oligopolio (siderurgico, chimico) tra produttori, utilizzatori, distributori. La situazione ha fatto emergere grandi distorsioni di mercato e criticità che vanno affrontate senza ulteriori ritardi. Risulta drammaticamente evidente che il progressivo abbandono delle negoziazioni multilaterali, in favore di un ritorno alla bilateralità avvenuto tra il 2016 e il 2020, ha prodotto più confusione nel mercato, più incertezza nelle filiere e che a pagare sono le pmi - commenta Simone Padoan, componente di giunta con delega all’internazionalizzazione di Confapi Venezia - C’è bisogno di un intervento del nostro governo nell’Unione Europea e del rilancio del Wto (Organizzazione mondiale del commercio)».

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