Moda, tessile e concia: riaperture con trattative ma imprese e lavoro fremono

L'appello al governatore Zaia di alcuni imprenditori delle pelli: «Sono deperibili come gli alimenti». Ma le stesse ragioni in Europa non hanno trovato spazio

Concia pelli, archivio

Trattative in corso in tutti i settori artigianali, moda, tessile, concia e calzature in vista della fase 2 e fase 3 della ripartenza. Ma gli appelli al governatore del Veneto Luca Zaia ad allentare i divieti sul territorio sono partiti anche prima di Pasqua. «Non è la Regione a poter riaprire le aziende», ha detto Zaia, ma le deroghe ai decreti e la logica del silenzio-assenso ne hanno rimesse in moto oltre la metà, di fatto. Dopo la battaglia dei codici Ateco occorre riscrivere l'organizzazione degli stabilimenti: se prima era difficile, adesso la competizione diverrà sfrenata. E a ogni nuova richiesta di investimento in sicurezza, aumenterà la tentazione di portare processi produttivi altrove, dove costi e regole si diradano e fanno aumentare i margini di guadagno, in tempo di coronavirus. Non resta che ridisegnare sicurezza e opportunità su scala internazionale, almeno europea.

Convivere con il virus

Secondo l'assessore allo Sviluppo economico della Regione, Roberto Marcato, in videoconferenza oggi con i sindacati e le imprese, «il governo deve puntare a una evoluzione del dpcm che preveda di supportare la riapertura di tutte quelle attività produttive che riescono a garantire la sicurezza di tutti gli operatori coinvolti nei cicli produttivi. Non possiamo più pensare ad un piano di ripartenza che ipotizzi un superamento dell’emergenza sanitaria. Dobbiamo disegnare un nuovo modello industriale e produttivo che preveda la convivenza con il coronavirus».

Il lusso. I dati

Ci sono imprenditori della concia che hanno già messo in discussione l'appartenenza al settore moda, sostenendo che le pelli trattate sono deperibili come gli alimenti. Alcuni hanno fatto invano appello all'Europa, altre aziende Venete si sono rivolte al presidente Zaia, chiedendo di poter lavorare i materiali, pena la loro perdita, in un settore che tratta beni di lusso. Ma le pelli vengono acquistate ai macelli e vengono trattate, poi rientrano nel circuito delle concerie, in una fase successiva. In Regione sono 9.500 le unità produttive (17,6% del totale manifatturiero regionale) e 7.626 le unità della distribuzione del tessile e della moda. Secondo gli ultimi dati il fatturato veneto ammonta a 18 miliardi di euro (18% del nazionale). Le imprese del sistema moda in Veneto assorbono quasi 100 mila addetti ed esportano per oltre 9 miliardi di euro.

Fornitori esteri

Il lockdown accomuna i tanti elementi della filiera della moda. Dai grandi marchi alle medie e piccole aziende, dagli artigiani ai commercianti, riuniti in regione nel tavolo della moda a rappresentare oltre 17 mila imprese. Una unica la voce: «Riapriamo in estrema sicurezza tutte le produzioni e la vendita del tessile, abbigliamento, calzature e accessori. Il settore moda è, dopo la meccanica, la seconda industria del nostro paese, in cui si contano 65 mila imprese, 600 mila addetti, un fatturato di quasi 100 miliardi di euro. 

La pandemia ha bloccato le collezioni autunno-inverno. Ne è seguito uno stop delle commesse nazionali e internazionali, l’annullamento di ordinativi (spesso già in lavorazione), la minaccia di ulteriori cancellazioni di ordini, se non ci sarà ripresa. Il fermo produttivo e distributivo crea giacenze e perdite che non si potranno recuperare, con rischio di ripercussioni sul made in Italy, poiché la clientela internazionale ha la possibilità di rivolgersi a fornitori esteri che non hanno fermato le produzioni. Non basteranno dunque, a mantenere l’occupazione, i prestiti agevolati del governo: molte aziende non sopravviveranno.

La sicurezza

«Scontata l’applicazione di adeguate e ferree misure per la sicurezza negli ambienti di lavoro - scrivono Pier Giorgio Silvestrin coordinatore tavolo Veneto della moda e presidente Federmoda, Roberto Bottoli presidente coordinamento moda Confindustria Veneto, Giuliano Secco presidente Federazione moda Confartigianato imprese Veneto, Giannino Gabriel presidente federazione moda Confcommercio Veneto e Luisa Fortuni presidente moda Confesercenti del Veneto -. Siamo pronti ad adottare il protocollo di sicurezza del 14 marzo scorso condiviso a livello nazionale e al pieno rispetto dei protocolli e delle check list in via di definizione anche a livello regionale (termometri, mascherine, guanti, igienizzanti e quant’ altro). La prima cosa che ci sta a cuore è la salute delle nostre famiglie e dei nostri collaboratori, che dipenderà anche dallo stato di salute delle aziende e dai posti di lavoro che potranno ancora garantire.La fase 2 deve avvenire subito».

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Il dopo Pasqua

«Una follia non far ripartire il 14 aprile le filiere del tessile, abbigliamento, pelletteria e calzature - dice il responsabile metropolitano Michele Barison Federmoda Cna di Venezia -. Significa condannare alla chiusura moltissime imprese.Il governo ha dimenticato una delle punte di diamante del made in Italy, un sistema di piccole e medie imprese artigiane che crea ricchezza, occupazione, valore, esportazioni. Gli imprenditori del settore moda sono consapevoli della necessità di conciliare la ripresa col massimo rispetto delle misure di prevenzione. Ma è indispensabile tornare al più presto a lavorare e produrre». «Confartigianato Imprese Veneto rimane coerente con la propria posizione: la salute è una priorità assoluta. Riconoscere questa priorità non ci solleva dall’assumerci la responsabilità altrettanto inderogabile di fare le scelte che minimizzano l’enorme danno economico che questa crisi sta creando», sostiene Agostino Bonomo, presidente di Confartigianato imprese Veneto.

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