Pizzerie, ristoranti e stabilimenti balneari chiusi: il settore teme il prolungarsi della serrata

I dati di Confcommercio: tra le misure già attivate le imprese stanno utilizzando soprattutto la cassa integrazione in deroga. Il 30% dichiara che dovrà licenziare dei dipendenti

«Bar, caffetterie, ristoranti e pizzerie, ma anche discoteche, banqueting, stabilimenti balneari: la chiusura delle attività, imposta per contenere l’epidemia Covid-19, ha annullato ogni incasso e le imprese si trovano a dover gestire molteplici problemi: dal pagamento di stipendi, contributi e fornitori alle locazioni degli immobili.»

Le misure adottate

Massimo Zanon, albergatore e ristoratore, presidente di Confcommercio Unione Metropolitana di Venezia, commenta così la fotografia, che il Centro Studi di F.I.P.E. (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) Confcommercio ha scattato su un campione di piccole imprese della ristorazione, del turismo e del tempo libero. Secondo tale indagine, tra le misure già attivate, le imprese stanno utilizzando soprattutto la cassa integrazione in deroga (30,6%), la sospensione dei mutui (25%), la cassa integrazione ordinaria o il fondo di integrazione salariale (20,3%).  Per ora, solo il 17,1% dei lavoratori autonomi sta chiedendo i 600 euro per il mese di marzo; il 18,7%  degli imprenditori intervistati ritiene, invece, necessaria la sospensione del pagamento di tributi. Il 9,3% delle imprese sta accedendo anche alle procedure per la sospensione dei contributi previdenziali e delle ritenute fiscali.

Si teme il prolungarsi della serrata

Il settore dei pubblici esercizi appare tra i più fragili: il 60,3% degli imprenditori  del settore esercita in locali in affitto, ma il 55,8% denuncia l’impossibilità di continuare a pagarlo ed il 23,1%  ha già chiesto la sospensione del canone e la sua rinegoziazione, a fronte di un 21,2%, che conta di poter ancora far fronte all’onere. Il monitoraggio della F.I.P.E. evidenzia che è comunque chiuso l’85,5% delle imprese di somministrazione alimenti, nonostante possano svolgere l'attività seppur limitatamente alla sola consegna a domicilio (principalmente ristoranti, pizzerie, pasticcerie).  Il restante 14,5% sta cercando di reinventarsi l’attività, mediante la consegna di cibo a domicilio e di questi il 6,3% si sta attivando per la Pasqua. La maggioranza (80%) svolge il servizio di consegna in proprio, riutilizzando propri dipendenti. Il settore teme il prolungarsi della serrata per il contenimento del contagio: almeno il 42,7% degli imprenditori ritiene che si aprirà verosimilmente non prima di due mesi; oltre il 25% pensa che i tempi potranno allungarsi a tre mesi e più. La ripresa, inoltre, non sarà certo a regime: il 30,7% dichiara che dovrà licenziare parte del personale, il 42,1% è incerto sul da farsi, solo il 27,2% sembra intenzionato a ricostituire l’organico aziendale, che aveva prima del Covid-19.

Piccolo salvagente

«Le misure attivate dal Governo sono un primo, piccolo salvagente – prosegue Zanon – Con le settimane, però, si delinea la gravità della situazione e la necessità che al più presto si adottino misure davvero eccezionali e adeguate, a cominciare dalla liquidità, che deve essere immediatamente disponibile. Serve un credito garantito dallo Stato, che consenta prestiti a lungo termine, da restituire tra i 15 e i 25 anni, a seconda dell’utilizzo, anche per recuperare il gap tecnologico che l’emergenza ha evidenziato in molte micro e piccole imprese. E’ indispensabile anche che lo Stato si faccia carico di garantire un reddito ai lavoratori, che dovessero perdere il lavoro.»

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Preoccupazione per il futuro

A preoccupare è l’immediato futuro, cioè le settimane, che tradizionalmente caratterizzano l’apertura della stagione primavera-estate, che appare già compromessa, a cominciare da Pasqua, 1° maggio e settimana di Pentecoste. «Prima di parlare di fase 2 o 3 bisogna considerare che queste imprese sono nella fase del fatturato zero – aggiunge il presidente di Confcommercio Unione Metropolitana di Venezia – F.I.P.E. rileva che il 96 % degli imprenditori ritiene assolutamente insufficienti le misure finora adottate e chiede, a gran voce, la necessaria liquidità per coprire i mancati incassi ed un accesso al credito con interessi zero o agevolati. Confcommercio sta chiedendo in tutte le sedi istituzionali, a cominciare dal Parlamento dove si sta discutendo la conversione del decreto legge Cura Italia, che per salvare le imprese del terziario e le partite I.V.A. si debbano assolutamente moltiplicare le risorse economiche e finanziarie, decapitare la burocrazia inutile, annullare tasse e contributi, attivare una linea di finanziamenti garantiti dallo Stato a da altre istituzioni, Unione Europea compresa.»

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