Safilo vuole vedere i sindacati: «O si trova l'accordo o avanti con la mobilità»

Il gruppo: «L'intenzione non è delocalizzare. Se non si procede alla chiusura di Martignacco si mettono in pericolo Longarone e Santa Maria di Sala»

Safilo, archivio

«L'intenzione non è quella di delocalizzare». Al termine del tavolo al Mise di giovedì scorso a Roma per la vertenza Safilo, il gruppo lo scrive nero su bianco. «È il ritiro delle licenze di occhiali di lusso a marchio Dior e Fendi la causa della sovraccapacità produttiva industrialmente e finanziariamente insostenibile», ribadisce l'azienda, descrivendo le motivazioni che l'hanno portata al piano di riorganizzazione e ristrutturazione presentato il 10 dicembre scorso.

Il rischio

Il programma delineato ha l'obiettivo «di garantire solidità e crescita - ha ripetuto il management interpretando le direttive dell'amministratore delegato Angelo Trocchia, assente al tavolo -.  La chiusura dello stabilimento di Martignacco (con 250 licenziamenti), i 400 esuberi a Longarone e i 50 a Padova, sono conseguenze dirette di decisioni altrui. Se l'azienda non procedesse con gli interventi delineati metterebbe a repentaglio anche il futuro degli stabilimenti di Longarone e Santa Maria di Sala».

Luxottica in campo

Il gruppo ha ribadito la propria disponibilità, utilizzando la cassa integrazione straordinari, attribuendo l'incarico ad un advisor per la reindustrializzazione dello stabilimento di Martignacco e ricollocando i lavoratori, anche a un piano di incentivi all'esodo. Le produzioni in uscita dal proprio perimetro, hanno evidenziato ancora i vertici, saranno realizzate da uno stabilimento che si trova a Longarone, a poche decine di metri da quello di Safilo (Luxottica). «Sperando che attraverso la moral suasion del ministero e delle istituzioni locali, sia resa concreta la possibilità di riallocare il maggior numero possibile di lavoratori Safilo in esubero nella nuova fabbrica».

Il clima

Safilo ha affermato, come hanno riferito anche i sindacati, che non è stato raggiunto alcun accordo giovedì 16 gennaio scorso, al termine dell'incontro a Roma. L'azienda ha chiesto perciò un incontro urgente la settimana prossima alle segreterie delle rappresentanze sindacali nazionali, regionali e provinciali, «prima di procedere all'apertura della procedura di mobilità, già prevista per il 7 gennaio ma rimandata a dopo il tavolo ministeriale». Il clima che si è determinato non sembra però favorire, al momento, un riavvicinamento attraverso un nuovo incontro fra le parti poiché, per le rappresentanze sindacali, tutto doveva svolgersi all'interno del quadro istituzionale predisposto, al Mise, la settimana scorsa. L'assenza di Trocchia, a un tavolo tanto importante, è stata letta come un messaggio fin troppo chiaro dai sindacati che temono, prima o poi, decisioni aziendali drastiche per tutti i siti.

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