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Campiello, i cinque finalisti pronti per la finale: "Il romanzo non è morto"

Da Francesca Melandri a Marcello Fois, passando per il giovane "prodotto" di casa Giovanni Montanaro: "La crisi e le nuove tecnologie non hanno ucciso le storie, oggi si legge molto di più"

La crisi economica e l'avvento delle nuove tecnologie non hanno ucciso la letteratura e il romanzo. E' il messaggio incoraggiante che i cinque autori finalisti della 50esima edizione del Premio letterario Campiello consegnano al popolo dei lettori nel primo degli incontri previsti da qui a inizio settembre, nella lunga marcia di avvicinamento alla serata finale, a Venezia, che decreterà il 'vincitore' scelto dalla giuria dei 300, dopo la selezione della cinquina da parte della giuria dei letterati qualche settimana fa a Padova. Un ciclo di appuntamenti che parte dalla città lagunare e attraverserà l'Italia fino a fine luglio.

"Non credo che l'avvento dell'e-book - dice Francesca Melandri, unica donna della cinquina finale con 'Piu' alto del maré (Rizzoli) ("Un libro che parla di persone innocenti che devono portare una colpa non loro: i parenti degli assassini", riassume l'autrice) - sia un fattore di crisi, ma semplicemente l'avvento di una diversa modalità di lettura. E, se si comprano meno libri, non è vero che si legge di meno: basta vedere i dati delle biblioteche o i prestiti tra amici".

Una posizione che condivide anche Marcello Fois, autore di 'Nel tempo di mezzo' (Einaudi), ("Un tentativo di stabilire la differenza tra identità e appartenenza" fa sintesi lo scrittore). "Più in crisi è il Paese - rileva Fois - migliore é la letteratura in generale. E, al di là del primo momento di innamoramento per le nuove tecnologie, anche il libro sarà più forte: con l'e-book conviveremo, come è giusto tra persone moderne".

"Ogni uomo, scrittore o meno - afferma Giovanni Montanaro, unico veneto della cinquina, con 'Tutti i colori del mondo' (Feltrinelli) ("La lettera di una ragazza a Van Gogh, in cui parla di come entrambi hanno vissuto in mezzo ai colori e in mezzo alla follia" annota) - vive per raccontare e la narrazione in quanto tale non può morire, pur rendendo i nuovi strumenti necessari nuovi codici. La notevole frammentazione e la paura attuale sembrano rendere più difficile il racconto ma, in realtà, è quello che può veramente nutrirlo".

Marco Missiroli finalista con 'Il senso dell'elefanté (Guanda) ("La storia di una devozione paterna, non solo verso il proprio figlio, ma verso tutti i figli"), si spinge anche oltre. "E' nel dna di noi italiani - spiega - la protezione del contesto culturale contro la crisi nera. Sono tanti i modi per non arrendersi alla crisi e, non a caso, sono tanti gli editori che vanno avanti nonostante la crisi".

"Dire che il romanzo è morto - conclude il quadro Carmine Abate, in cinquina con 'La collina del vento' (Mondadori) ("Cento anni di resistenza ai soprusi") - è una leggenda metropolitana: come sempre, anche oggi ci sono grandi romanzi. Spetta ai critici e ai lettori scoprirlo prima del tempo e non con il senno di poi".

Un grande contributo lo può dare anche un premio come il Campiello. "E' una figata, scrivetelo pure - sintetizza Missiroli - perché ci vogliono eventi come questo per dare coraggio a chi scrive. E tornare dopo aver vinto il premio opera prima nel 2006 per me vuol dire chiudere il cerchio". "Premi con una giuria popolare come questo - è l'idea di Melandri - sono premi veri, non manipolati".

"Il Campiello - rileva Abate - è formidabile, perché, accanto alla giuria di letterati, aggiunge la parte affidata ai lettori, assolutamente da rispettare e a cui io tengo molto". "Da veneziano che vive a Padova - ammette Montanaro - partecipare al Campiello è una grande gioia personale".


"E' molto importante - sottolinea quasi ai sintesi finale Fois, facendo implicito riferimento al fatto che il Campiello è stato ideato ed è promosso da Confindustria Veneto - che chi si occupa di economia si occupi anche di cultura, perché sarà questa a salvare la prima". (ANSA)

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