“Il Leone e la Montagna": mostra sui 40 anni di scavi e ricerca archeologica in Sudan

Verrà inaugurata giovedì 6 febbraio (ore 17, Ca’ Bottacin) “Il Leone e la Montagna. Scavi italiani in Sudan", una mostra dedicata agli oltre 40 anni di attività di scavo e ricerca della missione archeologica italiana in Sudan, più precisamente a Jebel Barkal, guidata in questi ultimi anni dall’università Ca’ Foscari. Il sito è tra i più importanti del paese e patrimonio UNESCO dal 2003. La missione, nata nel 1973, è stata guidata negli anni da tre diverse università italiane: Sapienza di Roma, università degli studi di Torino e infine, dal 2011, Ca’ Foscari sotto la direzione di Emanuele M. Ciampini, docente di Egittologia e curatore dell’attuale mostra.

Il sito archeologico

L’area archeologica del Jebel Barkal, ai cui piedi si sviluppò il centro di Napata, nell’antica Nubia, si trova nell’odierno Sudan settentrionale, poco meno di 400 km a nord di Kharthum, capitale del paese. Il sito, deve il suo nome a una formazione rocciosa in arenaria, il Jebel Barkal (Jebel = montagna in arabo), che domina un territorio pianeggiante e desertico a circa 2 km dalle fertili rive del fiume Nilo. Essa raggiunge un’altezza di quasi 100 metri ed è caratterizzata da un pinnacolo di oltre 70 metri. Le prime testimonianze della presenza egizia nel sito, con la fioritura della città di Napata e della sua area templare ai piedi della montagna, risalgono al regno di Thutmosi III (XVIII dinastia, 1479-1425 a. C.). Gli Egizi identificarono in Jebel Barkal la dimora del dio Amon e la chiamarono “Montagna Pura”. Napata mantenne il ruolo di importante centro cerimoniale legato alla regalità sacra anche nei secoli successivi: con la XXV dinastia (chiamata nubiana, 714-663 a. C.), il periodo Napateo (VII-III secolo a.C.) e il periodo Meroitico, le cui ultime attestazioni monumentali nell’area risalgono al I secolo d.C. La Missione Archeologica Italiana ha concentrato il proprio interesse fin dalle prime campagne nell’area dove si trova il palazzo reale di Natakamani identificato nel 1978 (B1500), sovrano che promosse un imponente programma architettonico, con interventi sia nell’area del Grande Tempio di Amon, più a ridosso della montagna, sia nel settore intorno al palazzo reale.

La campagna 2019

Le attività del team veneziano nella campagna 2019 (svoltasi dal 15 novembre al 13 dicembre) si sono concentrate su due filoni di intervento. Il primo ha riguardato la prosecuzione del lavoro di recupero e restauro dei muri di fondazione in mattone crudo del Palazzo di Natakamani (B1500), con la ricostruzione e impermeabilizzazione della struttura che ora risulta essere più comprensibile ai visitatori. Ulteriori interventi di restauro nel settore monumentale del palazzo sono in programma per le future campagne. Il secondo filone di intervento si pone anch’esso in continuità con la stagione 2018: si tratta di due sondaggi alle fondazioni pre-palaziali di alcune strutture limitrofe al palazzo reale, con conseguente implementazione del database relativo ai materiali archeologici e ceramici (da segnalare il rinvenimento di alcuni frammenti di un recipiente, prossimo alla tipologia del bicchiere meroitico, e dei frammenti di una lastra in calcare con la rappresentazione a rilievo di una testa di avvoltoio, entrambi provenienti dal Sondaggio 2). Le indagini hanno confermato la natura monumentale di uno di questi edifici, con elementi che fanno pensare ad una probabile funzione cerimoniale caratterizzata dalla presenza di acqua.

La mostra

La mostra, che resterà aperta dal 7 al 29 febbraio, è curata dal prof. Emanuele M. Ciampini, (Direttore della Missione Archeologica Italiana in Sudan e docente di Egittologia del Dipartimento di Studi Umanistici), ed è stata organizzata con la collaborazione di Nubian Archaeological Development Organization (Qatar-Sudan) e Italian Archaeological Mission Sudan. Si tratta di una occasione unica per conoscere l’antica città di Napata e ripercorrerne la storia attraverso reperti archeologici originali, fotografie e pannelli descrittivi: la mostra prima di tutto vuole raccontare l’evoluzione di un modo di fare ricerca attraverso la storia di una missione archeologica tutta italiana. Il leone, che dà il titolo alla mostra, è una splendida statua in arenaria che è stata ritrovata in prossimità dell’accesso al palazzo reale di Natakamani ed è ora conservata presso il Museo di Jebel Barkal, a Karima.

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