Morte di un commesso viaggiatore: Alessandro Haber e Alvia Reale sul palcoscenico del Goldoni

  • Dove
    Teatro Goldoni
    San Marco, 4650/B
  • Quando
    Dal 13/02/2020 al 16/02/2020
    Giovedì 13 febbraio – ore 20.30 Venerdì 14 febbraio – ore 19.30 Sabato 15 febbraio – ore 19.00 Domenica 16 febbraio – ore 16.00
  • Prezzo
    Prezzo non disponibile
  • Altre Informazioni
    Sito web
    Teatrostabileveneto.it

Un viaggio nel lato oscuro del sogno americano, caposaldo della letteratura internazionale di Arthur Miller, Morte di un commesso viaggiatore torna ad animare i palcoscenici di tutta Italia. Dopo il successo del debutto al Teatro Verdi di Padova, la una nuova versione diretta dal pluripremiato regista teatrale di prosa e opera Leo Muscato, a partire dalla traduzione di Masolino D’Amico, e interpretata da uno straordinario cast capitanato da Alessandro Haber e Alvia Reale, sarà in scena al Teatro Goldoni di Venezia dal 13 al 16 febbraio.

Morte di un commesso viaggiatore è la storia di un piccolo uomo e del suo sogno, più grande di lui, un viaggio nel lato oscuro del sogno americano, incarnato appieno dal protagonista, un venditore di successo ormai sul viale del tramonto, non più produttivo, non più utile e quindi condannato all’oblio. Ad interpretarlo sulla scena Alessandro Haber, che dopo essersi cimentato, giovanissimo, nel ruole di Biff il figlio del protagonista, sarà ora per la prima volta l’esausto commesso viaggiatore Willy Loman, un piccolo uomo che sogna ad occhi aperti il successo facile e veloce. Nato in un paese troppo giovane e impaziente, pur essendo senza radici vuole salire comunque nella scala sociale. Non si accorge di essere solo un commesso viaggiatore che si guadagna da vivere con la parlantina. Uno che ha allevato i figli al culto dell’apparenza finendo col farne dei falliti. Il testo mischia verità e allucinazione, si svolge contemporaneamente sulla scena, sotto gli occhi del pubblico, e nella testa del protagonista, dove gli spettatori, a differenza dagli altri personaggi, sono chiamati a entrare. Ne risulta una macchina teatrale che è rimasta appassionante e attuale, oggi come quando debuttò nell’America vittoriosa del secondo dopoguerra.

Tracciando bilanci del secolo che si concludeva, agli inizi dell’anno 2000 la rivista Time elencò i dieci lavori teatrali più significativi del Novecento. Il primo posto assoluto toccò a I sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Il secondo andò a Morte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller: senza alcun dubbio la Grande Commedia Americana, quella che gli americani sentono come più autenticamente “loro”. Viene ripresa in continuazione in tutto il mondo, ma con Broadway ha un rapporto particolare. In una occasione particolarmente solenne, cinque o sei anni fa, il grande Mike Nichols la mise in scena riproducendo meticolosamente scene, costumi, musica e regia dell’edizione originale del 1948, con un interprete di eccezione come Philip Seymour Hoffman. Alla fine dell’ultima replica di questa produzione il pubblico come se si fosse dato un segnale non applaudì ma si alzò in piedi compatto, come davanti a un rito. Perché il Commesso colpisce così profondamente? E perché è così americano (ma allo stesso tempo, così internazionale: se ne registrano persino versioni russe e cinesi in chiave anticapitalista e anticonsumista)?

Perché è la storia di un sogno; la storia di un piccolo uomo e del suo sogno più grande di lui. Nella fiaba della farfalla e della formica, le simpatie vanno alla farfalla, benché questa venga sconfitta. E Willy Loman, sconfitto alla fine come la farfalla, non ha pazienza. E’nato in un paese giovane e impaziente, forse figlio di immigrati; non ha radici, vuole salire nella scala sociale. Sogna a occhi aperti il successo facile, veloce.

E’un commesso viaggiatore che si guadagna da vivere con la parlantina, e ha allevato i figli al culto dell’apparenza e della superficialità; a disprezzare il cugino secchione e a puntare tutto sull’effimero; a essere attraenti, popolari, campioni sportivi. Ma ha finito per farne dei falliti, vedi soprattutto il maggiore, Biff, la luce dei suoi occhi, che però una volta questo padre deluse, distruggendo la propria immagine. Da allora il ragazzo ha perso ogni spinta e coltiva le proprie frustrazioni (è caratteristicamente americano anche questo incolpare i difetti dei genitori per giustificare le proprie sconfitte).

Sostanza a parte, è anche nella forma che il lavoro colpì ai suoi tempi per la novità, stimolando i registi (Elia Kazan, Luchino Visconti furono i primi) a trovare soluzioni per una narrazione di tipo cinematografico, con brevi scene in più luoghi e con un continuo altalenare tra presente e passato. Per dimostrare che sapeva quello che faceva, prima di comporre questo mosaico Miller scrisse un dramma dalla struttura rigorosamente classica, Erano tutti miei figli, tre atti con unità di tempo, luogo e azione. Il Commesso mischia invece verità e allucinazione, si svolge contemporaneamente sulla scena, sotto gli occhi del pubblico, e nella testa del protagonista, nella quale noi spettatori, a differenza dagli altri personaggi, siamo chiamati a entrare. Ne risulta una macchina di teatro che è rimasta appassionante e attuale oggi come ai giorni del suo debutto

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