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Impianti pagati, ma pazienti senza cure: verso la chiusura la clinica "IdeaSorriso"

Anche la sede di Mestre, dopo quelle di altre città venete e italiane, sta attraversando un periodo nero. Con cure ad intermittenza e pazienti che richiedono invano i rimborsi

C'è chi ha preso un appuntamento, dopo vari rinvii, e alla fine non ha trovato nessuno in studio. E chi ha pagato un impianto da 6mila e 500 euro per poi apprendere che la clinica non era più operativa. C'è chi è stato mandato a casa dopo ore e ore di attesa e chi ha ricevuto l'invito di rivolgersi alla sede di Padova per proseguire le cure. Anche a Mestre, come in altre città italiane, il centro odontoiatrico IdeaSorriso, che si trova nel complesso Torre Eva della zona Terraglio, sembra vivere un momento di profonda crisi. 

Disagi

Proprio nelle ultime settimane più persone si sono rivolte all'ufficio legale dell'Adico per segnalare il problema. In un paio di casi l'associazione è intervenuta chiedendo ai responsabili dello studio dentistico "multipoltrona" l'immediata restituzione dei soldi, per lo più sborsati dai pazienti tramite un finanziamento. «Stiamo cercando di capire cosa sia successo - spiega Carlo Garofolini, presidente dell'Adico -. Chi si è rivolto a noi ci racconta disavventure e disagi inammissibili, soprattutto considerando che queste persone hanno già pagato cifre importanti che si aggirano attorno ad alcune migliaia di euro. Importi ai quali non è corrisposta in pratica nessuna cura».

A corrente alternata

La cosa certa è che i problemi della clinica sono cominciati a inizio del nuovo anno. Da febbraio il centro odontoiatrico mestrino ha iniziato a lavorare a corrente alternata. «I nostri soci ci raccontano di rinvii continui - continua Garofolini - ritardi, appuntamenti saltati. A un certo punto sono "sparite" le dipendenti e anche un po' di mobilia. Alla fine, per quanto possiamo sapere, il centro ha chiuso definitivamente. E i pazienti sono stati invitati a rivolgersi a IdeaSorriso di Padova, invito naturalmente irricevibile».

Le prime chiusure

La "bomba" era scoppiata agli inizi di febbraio, quando ha chiuso i battenti la filiale di Modena, per decisione dell'Ausl, che aveva riscontrato la mancanza di un direttore sanitario, l'assenza di una autoclave per la sterilizzazione dei ferri ed altre carenze igieniche. Ma i guai per la società fondata nel 2017 dalla famiglia padovana Mingardi erano solo agli inizi, dal momento che l'azienda ha visto aprire il concordato preventivo dal Tribunale di Padova il 5 marzo scorso, prospettando così tempi difficili.

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