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Mestrino "nella rete", in casa centinaia di video pedopornografici

La polizia postale di Venezia ha perquisito e indagato undici persone di tutta Italia. Sequestrato materiale illegale anche a casa del veneziano

Bambini. Di quattro o cinque anni per lo più. Bambini la cui vita non sarà più la stessa. Sono queste vittime senza volto a essere le vere protagoniste (loro malgrado) dell'operazione "Ublich", condotta dal dipartimento di polizia postale di Venezia. Undici le persone indagate per diffusione di materiale pedopornografico, altrettante le perquisizioni domiciliari eseguite in otto province italiane: Venezia, Vicenza, Roma, l'Aquila, Lucca, Cagliari, Trapani e Trento. Nell'ambito degli accertamenti le forze dell'ordine hanno sequestrato 14 computer, 116 memorie esterne, 1.263 cd-rom e 4 tablet. Decine di migliaia i video e le immagini di violenza nei confronti di minori, costretti a subire rapporti sessuali da parte di un adulto o tra di loro. Tra gli scaffali rinvenute anche tredici vecchie videocassette, alcune in possesso di un 50enne dell'hinterland mestrino, promotore finanziario e padre di famiglia. Il supporto audiovisivo "retro" indicherebbe quindi che l'attrazione per questo genere di immagini vietate durerebbe da molti anni. Più di un decennio, forse. Nella "rete" anche un imprenditore vicentino di 45 anni.

Ma le perquisizioni sono solo l'ultimo passaggio "materiale" di un'indagine ben più "virtuale" che gli uomini della polizia postale, coordinati dal primo dirigente Tommaso Palumbo, hanno condotto a partire da una segnalazione dei colleghi della Bassa Sassonia, in Germania. Dal Paese teutonico, infatti, sono state trasmesse informazioni su alcuni indirizzi IP italiani sospettati di scaricare materiale illegale. Una mole di dati infinitesimale rispetto a quella in cui poi gli inquirenti si sono imbattuti. Da quel momento si è monitorata la piattaforma di file sharing utilizzata dagli undici indagati (molto conosciuta), sorpresi non solo nell'attingere file pedopornografici ma anche a caricarne e distribuirne a loro volta. Alcuni di loro erano convinti di navigare in forma anonima (senza cioè fornire l'indirizzo IP del proprio computer), ma non era così. Attraverso questi piccoli "errori" la polizia postale è riuscita a dare un volto e un nome a ogni nickname che operava sulla piattaforma. Serviva infatti non solo mettere in sicurezza sé e il proprio computer, ma cammuffare anche i video pedopornografici. Per farlo venivano rinominati con nomi di album di cantanti o con nomi di film. Alcune sigle, però, conosciute solo da chi cerca e condivide quel tipo di contenuti, permettevano di capire agli interessati che avrebbero trovato ciò che stavano cercando.

Le indagini ora continuano per identificare anche eventuali vittime italiane di questo giro di pedopornografia. In gran parte i filmati sono stati girati in Oriente o in Nord Europa, specie nei paesi dell'ex blocco sovietico, ma nel caso gli inquirenti si imbattessero in clip "autoprodotti" entrerebbero in azione uffici specializzati della polizia di Stato.

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