Con la legge "salva suicidi" a due imprenditori sandonatesi abbuonato oltre 1 milione di euro

I coniugi erano soci di un'azienda del settore immobiliare poi fallita. Ai creditori i proventi della vendita della casa e mille euro degli stipendi per i prossimi 4 anni

"La legge non può prevedere l'accanimento nei confronti di chi ha rischiato onestamente il proprio denaro in un'impresa". Per questo motivo una coppia di 50enni residenti a San Donà, soci di una ditta attiva nel settore dell'edilizia colpita duramente dalla crisi economica, dovrà mettere a disposizione dei creditori nei prossimi 4 anni il ricavato della vendita della propria abitazione, circa 170mila euro, e una parte dello stipendio (che sarà versato alle banche). Si tratta di circa mille euro al mese.  Al termine della procedura saranno completamente liberi. Il giudice ha abbuonato loro il restante debito, oltre 1 milione di euro, perché i 2 non avrebbero potuto onorarlo.

L'ordinanza è stata firmata dal giudice il 25 luglio scorso, dopo il ricorso presentato dagli avvocati degli studi Pagano e Riccio-Griffo di Brescia (che, a richiesta, hanno anche fornito la documentazione). I loro clienti avevano accumulato un debito di circa 1 milione 300mila euro, ma gli sforzi, compresi 300mila euro di risparmi, non sono bastati a salvare l'azienda, fallita nel novembre 2014: la coppia si è trovata con un pesante fardello sulle spalle, costretta a mettere a disposizione anche la prima casa a uno degli istituti di credito, che ne ha poi chiesto l’esproprio.

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"I due coniugi rischiavano di trovarsi senza un tetto sulla testa (dunque con nuove spese d’affitto) e con un carico di debiti che sarebbe continuato a gravare su di loro per sempre - dichiarano in una nota i due studi di avvocati - per loro sarebbe stata la rovina, senza alcun guadagno neppure per i creditori". Da qui la decisione dei legali Monica Pagano, Danilo Griffo, Matteo Marini e Laura Girelli di far ricorso alla procedura da sovra-indebitamento (la cosiddetta legge salva-suicidi), chiedendo l’interruzione dell’esecuzione forzata in corso. Una richiesta accolta dal giudice, che ha apprezzato gli sforzi degli sfortunati imprenditori, “cancellando” un milione di euro dai loro debiti pregressi. 

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