Il sesto uomo

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El Clásico: le radici della lotta per l'egemonia spagnola

Per due giorni, ogni anno, la Spagna si ferma. 
Anonimi si svegliano, si recano nel rispettivo posto di lavoro e apparentemente vivono una giornata come tante altre.  

Oggi no, non è così. 

Nelle due città maggiormente coinvolte si respira un'aria particolare e a tratti pesante, si avverte la presenza del nemico e l'odore del sangue. Donne, non vogliatemene, ma la frase “tesoro, cosa facciamo questa sera?” non è contemplata dall'uomo che vive a Madrid o a Barcellona il giorno della partita più importante, quella che vale un'intera stagione: El Clásico
Fra colleghi non si parla d'altro: si ipotizzano formazioni, uomini decisivi, probabili indisponibili e l'adrenalina sale incessantemente con il passare delle ore.  
La sfida fra Real Madrid e Barcellona è qualcosa di più di un semplice incontro di calcio, sono 90 minuti per la gloria che durerà fino alla nuova battaglia del girone di ritorno, quando l'intera nazione tornerà a fermarsi e sarà divisa fra chi ha potuto godere e chi invece è in cerca vendetta. 
Fra i tifosi blancos giganteggia paradossalmente il terrore nei confronti della pulce, un piccolo argentino che risponde al nome di Lionel Messi. 
Fra quelli blaugrana serpeggia l'immagine di un bronzo scolpito con il numero 7 sulle spalle nato a Madeira nel 1985 e conosciuto come Cristiano Ronaldo. 

Non esiste via di mezzo, non esistono simpatie, o stai da una parte o stai dall'altra.
È il mors tua vita mea applicato al calcio moderno. 

Cinque punti che rappresentano i motivi per cui questa sera vi consiglio di incollarvi alla televisione e seguire passo passo questo meraviglioso spettacolo sportivo.

1.    Fra le due compagini che ormai da anni lottano per l'egemonia spagnola, salvo sporadici exploit di altre squadre, intercorre una rivalità radicata nella storia. Bisogna scavare nel passato per capire bene le dinamiche delle due regioni fra le quali scorre l'odio, non il mero sfottò calcistico che possiamo trovare nei nostri incontri più affascinanti del campionato italiano. 
La Catalogna, situata a nord-est della penisola iberica, è stata per secoli spartita da numerose popolazioni che hanno trovato facile terra di conquista. Liberata dai carolingi, la regione iniziò finalmente a godere di una buona autonomia che portò alla nascita di una vera e propria cultura catalana. Questo processo ha fatto si che i locali sviluppassero spiccate tendenze indipendentistiche e autonomistiche derivanti ad esempio dalle peculiarità della loro lingua, degli usi e dei costumi. 
Durante la guerra dei trent'anni re Filippo IV di Asburgo fece saccheggiare le terre catalane perché bisognoso di risorse per il conflitto in corso. Le truppe reali castigliane stanziavano in luoghi ostili e nel 1640 la popolazione della Catalogna insorse dando vita al Corpus de Sang (“Corpo di sangue” in catalano), una rivolta tesa a recuperare l'indipendenza perduta a favore della Castiglia e della capitale. Da questo storico evento trae ispirazione l'inno ufficiale catalano Els Segadors, i mietitori, che fin dalle prime battute esprime il proprio patriottismo e la strenua difesa dei propri valori: “Catalogna, trionfante! Tornerà ad essere ricca e grande! Torni indietro questa gente tanto presuntuosa e tanto superba!”
Primi attriti. 
Successivamente, nel XVIII secolo divenne Re di Spagna Filippo V della nuova dinastia dei Borbone e questo segnò la svolta, o rottura definitiva se vogliamo, fra Madrid e il resto delle regioni spagnole. Filippo impose una politica fortemente centralistica e così la capitale tornò ad avere grande potere sulle singole identità territoriali. Tutt'oggi, in Catalogna, è festa nazionale l'11 settembre, data in cui viene commemorata la resa di Barcellona avvenuta nel 1714 dopo 14 mesi d'assedio delle truppe franco-castigliane.
La conflittualità fra queste due regioni profondamente diverse si accese ancor di più quando  salì al potere Francisco Franco, el generalìsimo, che instaurò una dittatura filonazista e dichiarò addirittura illegale l'uso della lingua catalana. 
Il fuoco d'odio verrà fatto divampare definitivamente il 13 giugno 1942, sempre nel periodo del governo franchista. In programma c'era la finale di Copa del Rey, al tempo Copa del Generalìsimo, che venne sabotata dalle minacce nei confronti dei giocatori blaugrana, i quali dovettero giocare a rilento per favorire l'11-1 finale del Real Madrid. Una sconfitta umiliante che cambiò ulteriormente la storia del Clasico. 
Real Madrid-Barcellona non è solo calcio. È Castiglia contro Catalogna, è il trono di Spagna contro un popolo che oltre a non provare devozione nei confronti di un re, non lo riconosce nemmeno come tale. 

2.    Passano gli anni e le tensioni si accentuano vertiginosamente a causa della diatriba per l'acquisto di Alfredo Di Stefano, la saeta rubia. 
Considerato uno dei migliori giocatori di tutti i tempi, l'argentino crebbe e si mise in mostra tra le file del leggendario River Plate. Per il suo paese erano anni economicamente molto difficili, così venne ceduto ai colombiani del Millionarios. 
Alfredo continuò la sua ascesa, diventò un campione a tutti gli effetti e inizianarono ad arrivare importanti offerte dalla Spagna. Barcellona e Real Madrid si accanirono per portare il giovane talento in Europa e mentre la prima si accordò con il River Plate, al tempo ancora proprietario del cartellino; la seconda trattò direttamente con i colombiani. 
La federazione spagnola prese una decisione bizzarra e al quanto improponibile vista la rivalità che intercorre fra i due club: Di Stefano avrebbe dovuto giocare una stagione con i blaugrana e una stagione con i blancos. Erano altri tempi, era un altro calcio.
I catalani, ritenendo di essersi posti in una posizione più corretta per l'acquisto, protestarono e rifiutarono la proposta. Il fenomeno argentino si legherà indissolubilmente al Real Madrid, del quale diverrà leggenda e miglior marcatore della storia del Clasico. Perderà il primato solo in anni recenti, superato per reti realizzate dall'altro genio e suo compaesano Leo Messi.
    
3.    Un altro motivo per cui stasera dovete incollarvi alla televisione è una cabeza de cerdo, ovvero una testa di maiale.  
Si, sembra assurdo ma è proprio così e ora vi spiego il perché. 
Luis Figo, una delle più grandi ali della storia del calcio, ha militato fra le file blaugrana dal 1995 al 2000. Durante la sua permanenza a Barcellona Luis vinse tanto e si affermò nel panorama del calcio mondiale. Era ormai un campione a tutti gli effetti, famosissimo per il suo doppio passo ubriacante che compiva sulla fascia prima di servire palle millimetriche ai propri compagni. L'errore che commise il portoghese fu quello che fanno tanti calciatori al giorno d'oggi: giurò amore eterno per la maglia catalana affermando che non avrebbe mai potuto giocare per il Real Madrid. 
Detto fatto, nell'estate del 2000 Figo si trasferisce nella capitale per la cifra di 62 milioni di euro.
Lo smacco subito dai tifosi del Barcellona non è ammissibile e Luis, amato e coccolato per cinque anni prima di esser protagonista del tradimento più clamoroso nella storia fra le due squadre, non verrà mai perdonato. 
Nel Clasico della stagione 2002-2003 disputato al Camp Nou Figo viene accolto da quasi cento mila fischi assordanti. Sulle tribune comparve uno striscione che recitava: “Judas a tu lado era un aficionado”, ovvero "Giuda, al tuo fianco, era un dilettante". Quando le squadre si disposero in fila prima dell'inizio della partita il portoghese si toccò per un attimo le orecchie quasi per cercare di tamponare il frastuono che arrivava dagli spalti. 
Durante la partita avvenne qualcosa che ha dell'incredibile. 
Luis si avvicinò alla bandierina per battere un calcio d'angolo e dalle tribune adiacenti piovettero oggetti di qualsiasi tipo. Bottiglie, fra cui una di whisky J&B in vetro, e la cabeza de cerdo. Le telecamere, impegnate a scorgere tutto ciò che c'era attorno al portoghese, riuscirono a inquadrare anche la testa di maiale. 
Divenne un simbolo che sancì per sempre i rapporti fra le due squadre. 
Dal 2000 in poi non vennero più fatte operazioni di mercato lungo l'asse Madrid-Barcellona e viceversa. 
    
4.    Nel 2000 si candidò alla presidenza del Real Madrid tale Florentino Perez, che riuscì a battere l'uscente e vincente Lorenzo Sanz. L'imprenditore spagnolo laureato in ingegneria intraprese una serie di campagne acquisti molto dispendiose. Nel giro di cinque anni portò nella capitale Luis Figo, Zinedine Zidane, Ronaldo, David Beckham, Michael Owen e Robinho. Tutti questi altisonanti nomi, capitanati da un già straordinario Raul, sollecitarono la fantasia dei media spagnoli e i giornalisti coniarono il termine Los Galacticos, i Galattici. Madrid, giustamente, sognava in grande. Il nuovo presidente non si faceva scrupoli economici e comprava qualsiasi fenomeno orbitasse in Europa. Il problema fu che a Florentino non piaceva acquistare difensori e questo gli venne rimproverato anche negli anni a venire. 
È il 19 novembre 2005 e il Barcellona si appresta ad affrontare i Galacticos proprio all'interno della loro reggia, il Santiago Bernabeu. Gremito di tifosi blancos che si sfregano le mani fiduciosi visto l'organico di cui dispongono, il Clàsico per il Real Madrid diventa un incubo. 
Al 14° del primo tempo Samuel Eto'o porta in vantaggio i blaugrana e da quel momento in poi la partita risulta abbastanza equilibrata. 
Tutto cambia al minuto 59 quando il numero 10 del Barcellona, Ronaldinho, riceve palla sulla fascia e accende il turbo. Parte, salta in un amen Sergio Ramos, arriva sul vertice dell'area di rigore e con una finta mette praticamente a sedere Ivan Helguera. Casillas, vedendo il fenomeno brasiliano arrivare dalla sua destra, si aspetta una traiettoria indirizzata verso il secondo palo. El Gaucho lo guarda e in una frazione infinitesimale di secondo ripone la palla alla sua destra, sul primo.
Il Bernabeu sembra aver cambiato longitudine e trovarsi al Polo Nord. 
Il freddo, calato sugli spalti, diventa gelo qualche minuto dopo. 
Azione simile, Ronaldinho imbeccato nuovamente sulla corsia laterale lascia sul posto un ancora stordito Sergio Ramos e stavolta cambia angolo, ma il risultato è sempre lo stesso. 
0-3 per il Barcellona e i Galacticos in un baleno diventano minuscoli. 
I tifosi blancos stanno aspettando un pizzicotto o una secchiata d'acqua per potersi risvegliare, ma niente da fare. È tutto vero. 
“Il re è morto, viva il re”
Quella sera, come durante ogni Real Madrid-Barcellona, era presente re Juan Carlos in tribuna d'onore, ma non fu lui a portare la corona. 
Quella notte un buffo brasiliano dai capelli riccioluti e raccolti da una folta coda riuscì a far alzare in piedi un intero stadio ricolmo di acerrimi nemici, i quali gli tributarono una standing ovation che passerà alla storia.
    
5.    Il 2011 verrà ricordato per il record di Clásicos disputati in una singola stagione. Real e Barça vedranno le loro strade incrociarsi per ben sette volte: andata e ritorno in Liga, doppio confronto in semifinale di Champions League, Supercoppa di Spagna e infine la finale della coppa nazionale. Ogni match disputato fra le due squadre è stato denso di agonismo, tensione e falli al limite della correttezza. 
È già iniziata l'era di Messi e Ronaldo, i due protagonisti indiscussi del calcio moderno e antagonisti principali dell'antica rivalità spagnola negli ultimi anni. In realtà dietro l'apparenza che traspare dai media, i quali dipingono sempre la partita come uno scontro fra questi due fenomeni, c'è tanto altro.
Il Barcellona pare inarrestabile e si presenta alla finale di Valencia senza esser mai uscito sconfitto nelle sei partite disputate fino a quel giorno. Il motivo di vanto e orgoglio più grande è probabilmente rappresentato dalla doppia sfida in semifinale di Champions, dove i culés (così vengono anche soprannominati i giocatori del Barça) hanno eliminato le merengues, al tempo ancora tormentati dalla spasmodica ricerca de la Decima, che arriverà qualche anno più tardi. 
Ci sono due personalità che vengono trascurate dai più. 
Iker Casillas, ora in forza al Porto, è stato il capitano del Real Madrid nell'era post Raul. Nato, cresciuto e divenuto leggenda al Real oltre che per meriti sportivi anche per una lealtà fuori dall'ordinario, l'estremo difensore madrileno è sempre stato rispettato anche dai tifosi del Barcellona. È un icona nella capitale tuttora che non difende più la porta dei blancos
Gerard Piqué è il suo riflesso nella sponda blaugrana. Personalità e temperamento delineano il roccioso difensore centrale del Barça che, ogni tanto, è dotato anche di una lingua lunga e biforcuta. Catalano di nascita, dopo una breve parentesi al Manchester United torna nella terra natale e da lì non si muove più. Nonostante il breve periodo inglese Piqué non ha mai dimenticato i luoghi da cui proviene e la storia che li accompagnano. Cresciuto e indottrinato durante l'infanzia, Gerard nutre un sentimento di rancore diverso da quello che può provare un argentino come Messi o un brasiliano come Daniel Alves. Le tendenze indipendentistiche e autonomistiche catalane gli scorrono nelle vene. 
Andiamo per un attimo a Valencia e precisamente al caldissimo Mestalla. 
È il 16 aprile 2011 e va in scena la finale di Coppa del Re, a cui è dedicato il torneo ma per il quale Barcellona e l'intero popolo della Catalogna non si sporcherebbe nemmeno le ginocchia per un'inchino. 
Nel tunnel che accompagna i giocatori sul terreno di gioco Piqué prende Iker per un braccio e gli sussurra all'orecchio: “Ahora vamos a ganar la copa de vuestro Rey", tradotto “adesso andiamo a vincere la coppa del VOSTRO Re”.
Il Barcellona perderà quella partita per 1-0 ai supplementari grazie a una rete di Cristiano Ronaldo che riuscirà a ricucire parzialmente le ferite procurate dai Clásicos precedenti e prendersi una rivincita contro la provocazione lanciata da Piqué.
    
    
Oggi alle 18:15 il Santiago Bernabeu di Madrid sarà teatro di questo arcaico duello che vedrà riaffiorare le tensioni e i rancori che legano queste due storiche società. 
Non esiste partita più affascinante, densa di talento ed emotivamente carica come questa. 
È El Clásico
È Real Madrid-Barcellona. 
È Castiglia-Catalogna. 

E voi, da che parte state? 

    

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Il sesto uomo è un tenore fuori dal coro, è il tiro scoordinato sulla sirena dei 24 secondi, è la nota stonata che dona armonia al tutto

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