Il sesto uomo

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L'immeritata solitudine dei secondi violini: i 50 anni di Scottie Pippen

A qualsiasi sport corrisponde sempre un nome e un cognome che, solitamente, si riferisce a colui che di quella disciplina ne ha scritto gran parte della storia.
È sempre così.
Se venisse fatto un sondaggio nel quale si chiede di associare un personaggio alla pallacanestro, il 99,9 % (quello 0,1 non è mai stato avvistato nell'intero universo) risponderebbe una cosa sola: Michael Jordan.
Perché? Risposta tanto banale quanto vera: perché è il più forte di tutti i tempi.
Spesso però non ci si sofferma su quelle figure che vivono un po' nell'ombra dei giganti, quelle che risultano essenziali per la costruzione di una passerella sulla quale poi, steso il tappeto rosso, sfilerà solo la superstar.
I primi anni di Michael Jordan a Chicago hanno un impatto devastante sulla lega, tuttavia non riesce mai a vincere. Ci arriva sempre vicino, quando a d'un tratto, anche i più accaniti sostenitori delle teorie del talento o dono divino che sia, si accorgono che il luogo comune per gli sport di squadra “non si vince da soli” si sta letteralmente infrangendo contro quel muro che porta il 23 sulle spalle.
Michael domina, segna, entusiasma e i tifosi di Chicago fiutano l'imminente momento della gloria, ma non si fida dei suoi compagni. Forza spesso le giocate e crolla sempre sul più bello perché, per quanto possa non sembrare possibile, era umano anche lui.
Anno del signore 1987, i Chicago Bulls con una trade all'interno del draft si aggiudicano l'ala proveniente dall'università di Arkansas che risponde al nome di Scottie Pippen.
Il ragazzo non vive un'infanzia fra le più rosee. È il dodicesimo di dodici fratelli in una famiglia alla quale la dea bendata volge le spalle prima quando il padre operaio viene colpito da un infarto e successivamente costretto alla sedia rotelle; poi quando il fratello Ronnie, deciso a intraprendere la carriere sportiva, rimane paralizzato in seguito a una caduta. La madre si rimbocca le maniche per sfamare la numerosa prole e Scottie, uscito dall'high school, non riceve alcuna borsa di studio.
Donald Wayne, il suo allenatore all'epoca del liceo, aveva giocato a Henderson State ed era stato a sua volta allenato da Don Dyer che aveva appena cambiato panchina trasferendosi a Central Arkansas. Donald decide di aiutare il giovane ragazzo, alza la cornetta e chiede a Don Dyer di accogliere Scottie nel suo roster. Pip, come verrà soprannominato negli anni successivi, entra in squadra ma è lento e questo fa si che il suo livello di gioco, il quale poteva rendere a liceo, non basta per imporsi nel campionato NCAA dove militano le future stelle del mondo della palla a spicchi. Al giovane vengono assegnate mansioni particolari, lontane dal catturare rimbalzi, dal correre in transizione e dai tiri liberi. L'unico momento in cui entra a contatto con il parquet è quando impugna lo spazzolone per asciugare il sudore dei proprio compagni, ai quali ritira i calzini e le magliette dopo allenamento per portarle a lavare.
All'università non sembra esser noto come una grande speranza ma ecco che accade, come sempre nello sport ed è per questo che lo amiamo tanto, l'impensabile.
Qualche titolare si infortuna e a coach Dyer non resta che schierare quello lì, quello che pulisce la palestra e raccoglie le divise sporche. Scottie subisce un mutamento fisico impressionante e da un anno all'altro spicca letteralmente il volo crescendo di circa 15 centimetri, sgrezza il suo talento e all'ultimo anno è già il leader della squadra.
Altro nome da annotare nel taccuino della vita di Pippen è tale Jerry Krause, talent scouting dal valore inestimabile che nel 1985 diventa General Manager dei Chicago Bulls per costruire un roster competitivo che deve girare intorno a Jordan e nel 1987 manda un osservatore a guardare Scottie durante le sue ultime partite disputate con Arkansas. Il collaboratore rimane affascinato dal talento della giovane ala tanto che, fatto ritorno alla base, continuano a monitorarlo e infine riescono ad accordarsi con i Seattle Supersonics per averlo subito dopo il draft.
Piccolo excursus riguardo le coincidenze del destino: Jerry Krause, quando ancora faceva lo scopritore di talenti dei Baltimore Bullets, nel 1967 suggerì alla dirigenza la scelta di Phil Jackson.
Chi era l'allenatore dei Chicago Bulls capaci di vincere 6 titoli, 3 consecutivi per due volte?
Esattamente lui, Phil, quella matricola suggerita da Jerry che terminata la carriera da giocatore divenne allenatore.
Io non credo alle coincidenze, ma fate voi.
Scottie debutta in NBA, gioca con “Dio travestito da Michael Jordan” al suo fianco, migliora consecutivamente nei sui primi 7 anni in NBA tutte le proprie statistiche stabilendo un nuovo record all'interno della lega. Lui e Michael sono inarrestabili, un duo al tritolo che attacca, difende, si intende a meraviglia e per svariati anni trasmettono una sensazione di onnipotenza su qualsiasi parquet mettano i piedi.
Inseparabili, si. Però Jordan si ritira nel 1993 e Scottie sprofonda in una crisi cestistica.
Non ha più il suo compagno ideale accanto, si sente smarrito tanto quanto Robin senza Batman e gli acciacchi alla schiena di certo non migliorano la situazione.

In realtà i due sono molto diversi l'uno dall'altro. Michael è un leader carismatico apparentemente rettiliano, talmente freddo da non sentire la pressione dei media e quando si presenta in conferenza stampa parla sempre senza peli sulla lingua. Scottie, più umano, non regge la pressione ed esplode, tanto che viene trovato con un'arma da fuoco non registrata all'interno della sua auto e il suo nervosismo lo porta spesso ad avere reazioni rabbiose come quando contesta una decisione arbitrale lanciando una sedia.

Nel 1995 rivede la luce, ed è una luce che porta sempre il numero 23 sulle spalle e si presenta in una conferenza stampa dicendo “I'm back”: Michael ha deciso di tornare.

Il duo si ricompone e rifà la sua entrata in scena con una stagione che probabilmente non verrà mai più emulata da nessun'altra squadra nella storia, stabilendo un record di 72 vittorie in 82 partite di regular season.
Secondo three-peat, sesto anello per entrambi e ormai sembra essere già prenotata una suite imperiale con vista nella Hall of Fame, dove verrano introdotti negli anni a venire.

Il destino di Scottie sembra però segnato fin dalla nascita.
L'NBA è uno show, gli americani in questo sono bravi e riescono sempre a dotare ogni cosa di una spettacolarità degna di Hollywood. Anche per i soprannomi ad esempio, loro vi si sprecano e ne trovano sempre uno per le personalità più forti ed autorevoli. Scottie non ne ha mai avuto uno a parte Pip, che però non è stato partorito da quell'innata genialità che contraddistingue gli americani dato che è soltanto un abbreviativo di Pippen. A me piace pensare che per credenza popolare, se gliene avessero trovato uno, sarebbe stato “The Shoulder”: la spalla. È sempre stato visto erroneamente come un secondo violino, come un pezzo di Michael Jordan che preso nella sua individualità non avrebbe avuto alcun senso.
Scottie era molto di più e anzi, senza di lui ora molto probabilmente MJ sarebbe categorizzato all'interno di quel limbo infernale nel quale ricadono gli atleti che hanno ricevuto un dono da Dio ma non hanno mai vinto niente. Aveva una personalità latente, a tratti psichica e molto profonda che traspare in due momenti durante le Finali NBA del '97 fra Chicago e gli Utah Jazz dei fenomeni John Stockton e Karl Malone. Quest'ultimo era soprannominato The Mailman, il postino, perché in ogni partita qualunque fosse la sua condizione fisica riusciva sempre a fare il suo lavoro.

Gara 1, si gioca di domenica allo United Center di Chicago e quando mancano 9 secondi le squadre si trovano in perfetta parità 82-82. Malone subisce fallo e va in lunetta per i due tiri liberi che gli avrebbero consentito di portare in vantaggio Utah a pochissimo dalla fine della partita. Scottie si avvicina, sorride e gli sussurra: "Just remember, the mailman doesn't deliver on Sunday, Karl,", “Ricorda, il postino non consegna di domenica, Karl!”.
Pippen vince la guerra di nervi psicologica e la sua frase ha un impatto devastante. Malone sbaglia i due tiri liberi, Jordan cattura il rimbalzo e chiama il time out. Quando il gioco riprende mancano 7 secondi e la palla finisce ovviamente nelle mani di Michael.
C'è veramente bisogno che vi dica come è andata a finire? Mai dare nulla per scontato mi potreste rispondere, ma il numero 23 segna e i Bulls portano a casa la prima partita della serie.

Il secondo momento si rifà all'immagine che potete contemplare qui sopra. Un'opera d'arte degli anni '90.
Sempre Chicago-Utah, serie in parità sul 2-2 e la tensione al Delta Center di Salt Lake City, che già è palpabile, sale vertiginosamente per i Bulls la sera prima della partita quando Michael, affamato, ordina una pizza. Alle 2 di notte chiama il suo personal trainer che apre la porta della camera e lo trova in posizione fetale. Ha vomitato tutto e il giorno dopo è ridotto pressoché uno straccio.
Sarà una delle partite più memorabili della storia della NBA, conosciuta come “The Flu Game”.
Jordan ha un colorito che non lascia presagire niente di buono, è debole e per gran parte del tempo prima della partita resta seduto in panchina con un asciugamano sopra la testa come un pugile nel suo angolo dopo aver subito alle corde per 15 round consecutivi.
È il momento, Jordan vuole e deve giocare, si alza e conta ogni suo passo sul parquet perché deve riuscire a incanalare le poche energie solo in direzione dei movimenti necessari per vincere.
Vinceranno quella partita e quella successiva laureandosi nuovamente campioni.
L'immagine di cui vi parlavo poco fa va letta e analizzata come un quadro.
Si può osservare un Jordan visibilmente distrutto sotto l'ala protettrice del suo più fidato compagno di viaggio di sempre, Scottie. "The Shoulder" proprio qui potrebbe tornarci utile.
C'è il più grande giocatore di tutti i tempi tenuto sotto braccio dalla più grande spalla, l'unico riuscito nell'impresa titanica di sopportare il carattere di Michael Jordan e l'unico capace di andare a raccoglierne la carcassa al termine di una estenuante prova di forza da parte di entrambi.
Sarà la debolezza di Michael impressa nel suo volto, ma quest'immagine sembra quella che più riesce a rendere giustizia all'importanza di un uomo che è stato molto più di un semplice secondo violino, molto più di una semplice spalla, ma un giocatore formidabile.
Jordan, dentro di se, saprà sempre chi ringraziare per i successi ottenuti nella propria carriera e in cima a questa lista secondo me risponderà sempre e solo un nome: Scottie Maurice Pippen.


“Here's a guy who started out washed socks and jocks, and now he's on his way to the Hall of Fame.”

“Qui c'è un ragazzo che ha iniziato lavando calzini e fighetti, e adesso va verso l'Hall of Fame.”

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Il sesto uomo

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