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Una conversazione con Remo Rapino che con la storia di un "cocciamatte" ha vinto il Premio Campiello

Lo scrittore ed ex professore di filosofia di Lanciano, in Abruzzo, svela il mondo interiore del personaggio che gli ha fatto vincere l'ambito premio letterario, un uomo pazzo, ai margini della società, ingenuo e una via di mezzo tra Don Chisciotte e Forrest Gump

Remo Rapino, autore di Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio

Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio è il romanzo che ha fatto vincere allo scrittore lancianese Remo Rapino il Premio Campiello 2020 lo scorso 5 settembre nella cornice di Piazza San Marco a Venezia. Quella raccontata dall'ex professore di filosofia è la storia di un uomo ai margini della società che, proprio perché il mondo lo vede dal basso, per certi versi lo vede meglio e lo racconta ai suoi lettori con parole semplici, quasi sgrammaticate, con espressioni che rasentano il dialettale e la sua innata propensione alla meraviglia. Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio è la lettura dei fatti storici fatta dalla periferia, è il diario inventato di un personaggio immaginario che alla fine della sua esistenza decide di raccontare la sua vita e lo fa a modo suo, scrivendo la sua storia e le sue avventure con il suo italiano rabberciato e da una prospettiva lontana da quella dei grandi uomini della storia ma non per questo di meno valore con un effetto che oscilla tra il comico e il profondo, tra il divertente e il serio. 

Ho incontrato Remo Rapino a Venezia, la mattina successiva alla consegna del Premio Campiello, nella hall dell'hotel che fino a qualche ora successiva dal nostro incontro lo avrebbe ospitato. Seduto su una poltroncina grigia, tra una telefonata di congratulazioni e l'altra, l'ex professore di Lanciano mi ha raccontato i segreti di Bonfiglio Liborio, l'emozione per la vittoria del premio letterario, il ricordo di suo padre, il suo amore per gli uomini che la storia la fanno dal basso e molto altro ancora. E lo ha fatto così.

Chi è Bonfiglio Liborio e qual è la sua storia?

Bonfiglio liborio è un uomo che racconta se stesso e raccontando se stesso racconta le vicende di un secolo, dal fascismo alla guerra, dalla resistenza all'emigrazione verso il Nord fino a passare per il lavoro in fabbrica, la vita in carcere, il manicomio e il suo ritorno a casa. Da dove viene Bonfiglio Liborio? Viene da Lanciano, in Abruzzo, una città che non viene mai nominata ma che chi la conosce non fatica a riconoscere. Il paradosso del libro è che il protagonista è un personaggio immaginario ma tutti i fatti che gli accadono, anzi che io come scrittore gli faccio accadere, sono reali. Bonfiglio Liborio è una persona che ha una vita marginale e forse è un infelice ma non vuole essere felice come gli altri, cerca, infatti, una felicità che non faccia pagare agli altri il suo prezzo. È un uomo che dà voce agli ultimi della fila e non è protagonista della storia ma lo diventa. 

Cosa è in grado di insegnarci in più sulla vita e sulla storia un umile, quasi un folle rispetto a un un uomo potente, carismatico e dal linguaggio forbito?

Un umile è persona che il mondo lo vede dal basso e dal basso lo si vede meglio. In più, l'essere stato tanti anni insegnante mi ha portato a scegliere questo personaggio per due motivi: il primo è un riferimento che riguarda la materia che ho insegnato, la filosofia. Sono sempre stato affascinato da una frase di Aristotele della Metafisica dove il filosogo dice che «gli uomini principiarono a filosofare, oggi come allora, partendo dalla meraviglia» e Liborio è un personaggio che si meraviglia e meravigliandosi, il suo stupore lo porta a chiedersi il perché delle cose, a indagare e a leggere con prospettive diverse quelle che sono le presunte certezze. A volte la follia esprime un'energia insopprimibile, una forza interiore che se esplode tende a rovesciare i codici sociali dominanti, a rovesciare le nostre presunte verità. Il secondo motivo dietro la mia scelta è il mio amore per la storiografia del Novecento che guarda alla marginalità come chiave di lettura dei fatti storici. Per cui, la storia, non la fanno solo gli imperatori, i papi e generali ma anche le persone comuni e questo ci permette di guardare alla storia con una prospettiva più larga. 

Bonfiglio Liborio è un "cocciamatte", ma per chi non dovesse conoscere il dialetto abruzzese, cosa significa?

Un "cocciamatte" è una persona che vive in un mondo tutto suo. Bonfiglio Liborio proprio per questo è un po' come se fosse una via di mezzo tra Don Chisciotte e Forrest Gump con i suoi fantasmi e le sue visioni da una parte e con la sua ingenuità dall'altra. Una cocciamatte è una persona un po' divergente, una persona strana e stramba. Non è un furioso, è una figura quasi divertente, simpatica, coinvolgente e che viene apprezzata proprio per essere diversa dagli altri. Ci sono gli ingegneri, gli artigiani, gli insegnanti, i negozianti nella società ma ci sono anche i matti e un cocciamatte è qualcuno che, consapevole della sua diversità, dice «ci sono anch'io e voglio appartenenre anch'io alla comunità degli uomini».

C'è un riferimento letterario o stilistico nel romanzo a qualche scrittore del passato?

Non c'è un riferimento particolare ad altri scrittori. C'è chi definisce il mio personaggio alla John Fante, costruito secondo i suoi criteri, chi altri lo ritiene un personaggio Joyceano ma io non me la sento di fare questi paragoni. Certo io leggo molto e per certo sono sempre stato affascinato dai personaggi che vivono ai margini e sono un po' folli come il principe Myskin dell'Idiota di Dostoevskij, Gimbel l'idiota di Singer o lo stesso "fool" di Shakespeare. Il mio Liborio, forse, è un rimando proprio a questi personaggi della letteratura che, proprio perché dei folli, riescono a dire cose che gli altri non hanno il coraggio di dire. Ecco, Liborio è come il bambino della fiaba di Andersen "I vestiti nuovi dell'imperatore", l'unico che ha il coraggio di dire al re che è nudo sconfessando così la verità di tutti. 

A che tipo di lettore ha pensato scrivendo il suo libro?

Forse proprio per la professione che ho svolto per tanti anni io penso sempre alle generazioni più giovani e a quelle che verranno ma in generale ho pensato un po' a tutti e me ne sono accorto solo alla fine di aver scritto, in fondo, un libro che parlava d'amore, d'amore in senso largo e nobile. Questo è un libro d'amore nel senso che invita ad accettare la diversità e ad accogliere l'altro da noi. 

Quanto c'è dell'Abruzzo, di Lanciano e di se stesso nel romanzo?

C'è tanto dell'Abruzzo, di Lanciano e di mio padre nel mio libro. Non è un caso, infatti, che faccio nascere Bonfiglio Liborio nel 1926, lo stesso anno in cui è nato mio padre e lo faccio uscire di scena nel 2010, lo stesso anno in cui è uscito di scena mio padre. L'unica cosa che, ieri sera, durante la cerimonia in Piazza San Marco mi mancava, era proprio la presenza di mio padre, la sua tristezza gentile, il suo sorriso. Avrei voluto che ci fosse. 

Ricevere il premio in una piazza come quella di San Marco a Venezia, com'è stato?

Dico la verità, in quel momento non mi sono reso conto di niente. Ho sempre pensato che le grandi gioie e i grandi dolori quando li vivi sei come uno spettatore. Me ne sono reso conto solo dopo, quando era tardi e nella piazza non c'era più nessuno. Mi sono emozionato solo allora. 

Questo libro è più realtà o fantasia e qual è più importante tra le due?

Nel libro il punto di partenza è la realtà. Se si mette da parte la fantasia ci si rende conto che la realtà è molto piena di storie e di personaggi. È pur vero, però, che la scrittura non può essere mai un mero rispecchiamento della realtà ed è qui che entra in gioco l'immaginario per avvolgerla, rivestirla, esasperarla. Questo libro è una sintesi di tutti e due questi elementi, dell'immaginario che guarda la realtà e della realtà che ha bisogno dell'immaginario per volare un po' più in alto del solito.

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