Presa la banda di "Bimbo", specialista di furti nei mezzi pubblici: 6 in manette

Sei persone arrestate, tutte della stessa famiglia: gli Omerovic. Colpi da 2mila euro al giorno

Una delle donne in azione

Primo luglio 2018, ore 23.13, in un furgone Volkswagen ci sono un uomo e una donna che parlano tra loro, senza sapere di essere intercettati. Lei chiede all'interlocutore se «quella di Bimbo ruba ancora» e lui, senza farsi troppi problemi, spiega che sì, «quella di Bimbo» ruba ancora perché «è proprio un Paese di handicappati l'Italia». E ancora, per rendere più chiaro il concetto, «è un paradiso per i zingari, il paese di divertimento per i zingari». Il "Bimbo", che poi è anche il proprietario di quel furgone e quindi amico della coppia a bordo, al secolo è Muharem Omerovic, un 38enne bosniaco che è stato "censito" per la prima volta dalle autorità italiane nel 2012 a Roma, dove è stato fermato nelle scorse ore. «Quella che ruba», invece, è sua moglie: la 35enne Adrijana - anche lei bosniaca -, che i primi precedenti italiani li ha "conquistati" cinque anni fa proprio nella Capitale. I nomi di marito e moglie sono finiti in un'ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip Maria Cristina Mannocci che ha mandato in carcere sei persone, altre due sono tuttora ricercate, che devono rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro il patrimonio. Gli otto indagati sono tutti considerati parte di una banda, con a capo proprio Muharem, specializzata in furti in metropolitane e sui mezzi pubblici nelle città di Milano, Venezia e Genova ai danni dei turisti, considerati prede più facili e, potenzialmente, più ricche. Lo riporta MilanoToday.

Nelle carte dell'inchiesta, oltre a "Bimbo" e consorte, sono finiti la 23enne Fadila Omerovic e la 22enne Behara Hamidovic, soprannominata "Lenka" - entrambe mogli di due nipoti del capo -, la 34enne Vasvija Feratovic - la "Vava" sorella di "Bimbo" - e la 20enne Haljra Hrustic, quella "Lenka" che ha sposato Silvano, il figlio del capo da poco diventato maggiorenne e su cui lavora la procura presso il tribunale dei minorenni. 

L'estorsione e il via alle indagini

I fari degli investigatori su di loro si sono accesi a novembre 2017, quando un giovane bosniaco ha denunciato alla squadra mobile di essere stato aggredito e picchiato da "Bimbo" e da altri suoi familiari che pretendevano il pagamento di diverse migliaia di euro semplicemente per permettergli di vivere a Venezia prima e a Milano poi. I poliziotti della II sezione hanno così cominciato a cercare riscontri alla denuncia della vittima e hanno iniziato a tenere sotto controllo il capo e il resto della sua famiglia, che può contare su due basi logistiche: due appartamenti Aler occupati abusivamente in viale Famagosta e via Bolla a Milano.

«Con la fiera fai 30mila»

Il quadro dei principali affari della famiglia Omerovic lo hanno delineato direttamente le intercettazioni. Come quella di luglio 2018 quando - mentre sono a Venezia - "Bimbo" sgrida sua moglie e sua sorella perché in un giorno hanno guadagnato "soltanto" 500 dollari e «questa settimana solo 2mila!. O come quella di pochi giorni dopo, con uno degli indagati che al telefono si vantava che «durante la fiera sono minimo 30mila, minimo». Sì, perché mentre le donne del gruppo si occupavano della fase pratica, dei furti veri e propri, a "Bimbo" e agli altri uomini spettava invece il compito di trovare le città più adatte a seconda del momento e a seconda della presenza o meno di turisti e di eventi, le "fiere". 

I figli come "pass"

E in caso di guai - gli arresti e le denunce sono decine e decine - erano proprio "Bimbo & Co" ad allertare gli avvocati e, soprattutto, le babysitter sudamericane a cui venivano lasciati per 800 euro, anche per un anno intero, i figli delle ladre. In una sorta di "welfare" tra nomadi, infatti, una delle "colleghe" recuperava il piccolo, lo portava in Questura e lo lasciava lì spiegando che si trattava del figlio dell'arrestata, sperando così che la donna avrebbe evitato il carcere perché - per dirla con le parole di Marco Calì, capo della Mobile - “hanno una perfetta conoscenza dei meccanismi processuali italiani" e sanno che raramente una donna incinta, o neo madre, viene tenuta in cella per un arresto in flagranza.

Non solo un "pass" per la libertà, però. Perché, nella logica della banda, i figli servivano anche ad altro. «Ogni coppia, già dalla giovane età - hanno messo nero su bianco i procuratori Laura Pedio e Daniela Bertolucci - ha creato una propria famiglia con molti figli, i quali, a loro volta, raggiunta una età ritenuta idonea, anche da minorenni, sono stati avviati alle illecite attività del sodalizio, così da renderlo più stabile, più numeroso ed economicamente più solido».

La "bella vita" del capo

E la banda, in effetti, "solida" lo era davvero. Perché mentre le mogli completavano la loro giornata lavorativa - di otto, dieci ore - i mariti si divertivano in giro per l'Europa, tra gran premi di Formula 1, centri termali e ristoranti di lusso. Tutti posti in cui arrivavano con addosso abiti firmati e a bordo di Bmw, Porsche e Maserati perché - diceva uno di loro riferendosi alla moglie - «lei d'estate fa i soldi, anche 2mila o 2.500 al giorno, solo che io spendo molto». La "bella vita", però, adesso è finita. Tutta "colpa" dell'indagine che la Mobile, con un filo di sarcasmo, ha ribattezzato "Ieri, oggi, domani" in onore del film in cui Sophia Loren veste i panni di Adelina, una ragazza che vende sigarette di contrabbando e che si salva dal carcere fino a quando è incinta. Anche il film delle ladre, e dei loro capi, è finito in una cella. 

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