"Gheddafi" fa scena muta davanti al giudice. Violenze e minacce, le mani dei Multari in Veneto

Domenico resta in carcere a Belluno. Dalle estorsioni alle intimidazioni agli incendi, la lunga lista dei reati della famiglia calabrese

Domenico Multari, detto Gheddafi, si è avvalso della facoltà di non rispondere nel corso dell'interrogatorio di garanzia effettuato oggi, giovedì 14 febbraio. Nei prossimi giorni Multari, 58enne veronese di Zimella, sarà invece sentito dal pubblico ministero. Si trova nel carcere di Belluno (le normative prevedono che i destinatari di misure legate ad associazioni di tipo mafioso siano reclusi in penitenziari diversi) e deve rispondere di una serie di reati legati a presunte minacce e comportamenti vessatori attuati in diverse occasioni: le violenze e le intimidazioni nei confronti di un imprenditore padovano di Carmignano di Brenta, titolare di un'impresa di fornitura di legnami, fino a ridurlo sul lastrico con continue estorsioni di denaro; e poi le condotte minacciose perpetrate nei confronti dei custodi incaricati di vendere proprietà che gli erano state sequestrate nel corso di precedenti indagini a suo carico.

Lo yacht incendiato e i precedenti

Diversa è la questione dell'incendio dello yacht "Terry". Multari avrebbe avuto un ruolo da protagonista anche in quella vicenda, avvenuta nel 2015, in cui è stato riconosciuto come mandante: sarebbero stati poi Mario Falbo e Dante Attilio Mancuso, gli esecutori, ad appiccare fuoco alla barca ormeggiata nel porto di Alghero, in Sardegna. A sua volta "Gheddafi" era stato incaricato di eliminare lo yacht da Francesco Crosera (anche lui arrestato nell'operazione di ieri), titolare del cantiere navale di Quarto d'Altino che aveva venduto l'imbarcazione rivelatasi difettosa. L'obiettivo era distruggerla per evitare le perizie che erano state disposte dal tribunale. Per la storia dello yacht la Dda di Venezia ha trasmesso gli atti per competenza a Sassari e, per il reato di incendio, il gip locale ha disposto per Domenico Multari gli arresti domiciliari. Di fatto "Gheddafi" resta in carcere (per gli altri reati) e per ora i legali dello studio Paolo Mele, che lo assistono, non avrebbero intenzione di fare richiesta di misura alternativa. In passato Domenico era già stato arrestato per bancarotta, ricettazioni, truffe e in generale reati contro il patrimonio. Non sarebbero stati accertati, invece, precedenti di natura associativa, in merito ai quali risulterebbero solo le dichiarazioni di collaboratori di giustizia su presunti legami con la cosca dei Grande Aracri.

Minacce

Carmine Multari, residente a Lonigo, è invece recluso a Vicenza. Sarebbe coinvolto per aver spalleggiato il fratello negli episodi di condotta minacciosa contro i custodi degli immobili sequestrati. Nell'interrogatorio di garanzia avrebbe tentato di ridimensionare le accuse nei suoi confronti, spiegando di avere tenuto dei comportamenti che sarebbero stati male interpretati. Il terzo fratello, Fortunato, si trova invece nel carcere di Rovigo. Anche a lui sono contestati gli stessi metodi mafiosi dei fratelli. «Il tessuto economico del Veneto rappresenta, purtroppo, un’attrazione pericolosa anche per il sistema malavitoso - è il commento della deputata veneziana Giorgia Andreuzza (Lega) - E il blitz dei carabinieri contro questa attività criminale dimostra  come la ‘ndrangheta si sia infiltrata anche nel nostro territorio. È nostro dovere non solo reprimere e punire, ma soprattutto evitare che si creino le condizioni favorevoli affinché queste attecchiscano sugli affari e penetrino nella nostra cultura».

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