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Giovedì, 11 Agosto 2022
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Il turismo cambia anche Mestre: l'analisi di Iuav sull'evoluzione del commercio

Gli studenti hanno osservato gli intrecci tra la "turistizzazione" della città e l'ambiente urbano, sia a Venezia che sulla terraferma

Anche la città di Mestre si adatta, in parte, alle dinamiche del turismo di massa veneziano. Un fenomeno "di rimbalzo" che si manifesta, in particolare, nella tendenza ad un appiattimento della proposta commerciale, sbilanciata verso il settore ristorativo. Gli studenti dell'università Iuav, impegnati nei mesi scorsi in un laboratorio di analisi urbana coordinato dalla professoressa Laura Fregolent, hanno contato 130 bar, 22 ristoranti e 12 fast food nella parte centrale della città, oltre a 44 hotel. I negozi di abbigliamento, per fare un paragone, sono 67. «La riduzione della varietà non è un fatto positivo - commenta Michele Lacchin, vice direttore di Confesercenti -. Lo sviluppo del tessuto commerciale andrebbe gestito e governato, evitando derive che rischiano di stravolgere la vivibilità del territorio. Anche per questo crediamo che i dati emersi dal laboratorio siano un patrimonio importante, che va messo a disposizione delle istituzioni e della cittadinanza».

«Ci siamo occupati del commercio - spiega la professoressa Fregolent - proprio perché è una lente attraverso la quale si possono studiare le trasformazioni urbane. L'analisi ha incluso anche un'osservazione diretta sul campo, con risultati che non si potrebbero ottenere soltanto attraverso i numeri». Ad esempio è possibile capire con più chiarezza se una certa attività è frequentata principalmente da turisti o da residenti. «Abbiamo verificato, naturalmente, che Venezia e le isole sono caratterizzate da forti processi di "turistizzazione". Ora - aggiunge Fregolent - questo avviene un po' anche a Mestre». Gli studenti hanno evidenziato come le attività ad uso turistico, oppure misto, si concentrino soprattutto nelle aree vicine alla stazione, diradandosi man mano che ci si avvicina al centro. «Notiamo - prosegue la docente - una fortissima prevalenza del settore cibo: bar e bacari, pasticcerie, alimentari. Questo è conseguenza delle dinamiche della domanda e dell'offerta: il turista che alloggia a Mestre deve mangiare».

È chiaro che questo trend di "banalizzazione del commercio" è molto più avanzato nel centro storico di Venezia, dove gli studenti hanno analizzato una serie di altri elementi. Ad esempio la fortissima polarizzazione dei bar e dei negozi di souvenir lungo un numero ristretto di direttive, quelle più frequentate dai visitatori: basta allontanarsi di pochi metri da Strada Nova per ritrovarsi in luoghi quasi deserti e silenziosi, dove il commercio è praticamente sparito. A questo proposito, tra le proposte degli autori dello studio ci sono degli itinerari che propongono di esplorare la città in base ad aree tematiche non convenzionali: artigianato, arte ed eccellenze culinarie alternative.

Per quanto riguarda i mercati, invece, si osserva il declino di quello di Rialto ma si vede anche il successo di quello di Santa Marta, un'"isola felice" nell'ambito del commercio di vicinato. Impressionante il boom degli Atm: gli studenti ne hanno contati 71 in centro storico, ma probabilmente, considerati quelli meno visibili all'interno degli esercizi, sono ancora di più.

Ci sono poi alcuni casi di conflitti evidenti tra le necessità della residenza e quelle del turismo, come lo scontro sui plateatici in campo San Giacomo dell'Orio: le famiglie lo considerano un luogo ideale per i giochi dei bambini, i ristoranti protestano perché i palloni finiscono sui tavoli dove i clienti stanno mangiando. «Lo studio ci dà tanti spunti - commenta l'assessore Sebastiano Costalonga - e dimostra ancora una volta l'impatto del turismo sul tessuto socio-economico della città. Sono fenomeni che stiamo cercando di regolare, ad esempio con i "pianini", con il contributo di accesso e con la delibera anti-paccottiglia che, ne siamo convinti, nei prossimi anni farà la differenza. Ci ha già permesso di bloccare l'insediamento di una decina di attività che avrebbero rovinato ulteriormente la qualità dell'offerta. Dobbiamo continuare a stabilire delle norme e, su questo, le università potranno aiutarci».

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